23 novembre: le ferite, gli uomini, le sfide

Il racconto appassionato di Mario Trufelli, raccolto opportunamente da Nino Cutro, ridà la dimensione della tragedia del terremoto del 1980.

Certo sono passati 38 anni: un tempo infinito! Ormai è un ricordo per vecchi! Chi ha meno di 38 anni, ma anche chi era piccolissimo, conosce solo i racconti, se qualcuno ha avuto la pena di raccontarli.

Nel 1980 si parlava del terremoto del Belice del 1968 come un terremoto dimenticato. Erano passati solo 12 anni!

Per la mia generazione, quella degli adolescenti, il terremoto ha cambiato la vita: l’ha proiettata in un mondo di morte e dolore, di mestizia e precarietà da cui si è usciti molti e molti anni dopo.

Per noi c’è “prima” e “dopo” il terremoto. Molti sono andati via, inaugurando un’emorragia che non si è mai più arrestata.

In ciascuno c’è un’immagine. A me è rimasta quella della mattina del 24 novembre a piazza Prefettura: lo stivale schiacciato della ragazza morta, insieme al fidanzato, nel crollo del cornicione della prefettura.

Un’immagine indelebile: ne ricordo perfettamente tutti i particolari.

Come indelebile è l’immagine dei prefabbricati di Bucaletto che 38 anni dopo stanno, in larga parte, ancora al loro posto e che il “governo del cambiamento” si era pregiato, appena insediato, di espungere dalla lista degli interventi del piano delle periferie tornando dopo tre mesi sui suoi passi ma facendo saltare con questa “belinata” tutto il piano per liberare i prefabbricati e avviare la fine del quartiere. Procedure che ora, persi altri tre mesi, ripartiranno, ma che dimostrano come questo Paese venga governato solo con l’ideologia dei tagli lineari di Tremontiana aulica memoria!

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