L’Europa piccola piccola dei dazi sul riso della Cambogia

Nel tripudio generale (e bipartisan), la Commissione Ue ha ripristinato a decorrere dal 18 gennaio 2019 i dazi alle importazioni di “riso indica” lavorato e semilavorato proveniente da Cambogia e Birmania.

 

La Commissione, dopo avere argomentato sulla necessità di reintrodurre i dazi, si è ricordata che entrambi i paesi partecipano all’accordo speciale «Tutto tranne le armi» [Everything But Arms (EBA)], per “sostenere i paesi in via di sviluppo nel loro impegno a ridurre la povertà nonché a promuovere il buon governo e lo sviluppo sostenibile, aiutandoli a generare soprattutto occupazione, industrializzazione ed entrate aggiuntive grazie al commercio internazionale”

E, pertanto, i dazi saranno imposti ma per tre anni e saranno soggetti a una riduzione progressiva (da 175 euro/tonnellata a 125).

I dazi per come sono stati organizzati renderanno le importazioni di riso indica dai due paesi non più convenienti.

E’ chiaro che c’è un problema nel mondo della produzione del riso nell’Unione Europea (il 50% è concentrato in Italia e il 30% in Spagna) e che le importazioni dai due paesi asiatici hanno avuto una crescita rilevante nelle ultime cinque stagioni.

Il grafico mostra eloquentemente il rapporto diretto tra l’aumento tra la quota di mercato dei due paesi asiatici e la diminuzione del riso indica Ue.

A questa lettura si potrebbero contrapporre argomentazioni tecnico-economiche di varia natura, o fare riferimento alla struttura del mercato stesso (nel medesimo regolamento si ammette che le tre industrie italiane consultate rappresentano il 50% del mercato della Penisola) e che complessivamente le 4 industrie consultate rappresentano il 26% della produzione Ue. O ancora a ricorrere ad argomenti più squisitamente polemici come la struttura degli aiuti Ue all’agricoltura.

E’ evidente che risposte di questo tipo non potrebbero essere portate sulla tavola di quanti hanno perso il lavoro a causa di queste dinamiche di mercato, né è lo scopo di questo scritto.

Il punto è un altro e investe la natura stessa dell’Europa.

Certa politica fa finta di dimenticare che l’Unione è nata per essere non solo un mercato di merci ma un punto di riferimento per la libertà e la democrazia.

La Ceca – la comunità del carbone e dell’acciaio – nacque come luogo per evitare che si riproponessero alcune di quelle ragioni che portarono alle guerre mondiali, condividendo appunto i mercati di carbone e acciaio. E così, rimuovendo le ragioni dei contrasti nell’economia, è andata avanti l’integrazione. Sono stati fatti accordi con gli stati dell’Africa, dell’Asia e dei Caraibi.

Insomma, l’Europa ha capito che, pur con le sue peculiarità (cioè non una ma tante voci) il suo, per storia e cultura, poteva esser un ruolo di potenza stabilizzatrice.

Oggi però l’aria è diversa.

Ci si indigna se si fa un trattamento di favore per un misero quantitativo di olio tunisino (ma si guarda con orrore agli attentati dei fondamentalisti in Tunisia), cioè si aiuta un paese che combatte, per nostro conto, il terrorismo e sta a un tiro di schioppo da casa nostra, e ci si rivolge con tutta l’artiglieria pesante della dialettica contro due stati (Birmania e Cambogia) tra i più poveri del pianeta e che vivono in pratica delle esportazioni di riso.

E questa l’Europa delle merci, quella contro cui dicono di combattere i cosiddetti sovranisti e populisti, che poi sono in prima fila a chiedere dazi e protezioni.

E’ l’Europa-fortezza quella che decide chi entra e chi no.

Poca roba.

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