L’assalto della Cina

La guerra commerciale con la Cina
primavera 2005

8 aprile 2005

Pechino contrattacca e contesta «fermamente» le linee direttrici della Commissione europea per contenere le importazioni dei prodotti del tessile e dell’abbigliamento richiamando direttamente le norme sul commercio mondiale del Wto.

Le misure della Commissione – secondo il governo cinese – rischiano di «destabilizzare i flussi di interscambio tra Cina ed Europa». Dal ministero del Commercio estero cinese fanno, inoltre, sapere di aver già adottato misure volontarie per limitare l’impatto delle esportazioni di tessile e di abbigliamento. Come a dire, Bruxelles arriva tardi. Ma nonostante l’irritazione il governo cinese continua ad auspicare che l’Ue «continui a essere disponibile a risolvere gli eventuali problemi attraverso un dialogo tra le parti, senza prendere misure unilaterali». Scontata è stata la replica della Commissione. «Abbiamo agito nel quadro della Wto e delle regole fissate dal Protocollo di adesione della Cina e le linee direttrici sono l’applicazione di una misura prevista nel quadro generale della Wto», ha detto Claude Reville, portavoce del commissario Ue al Commercio estero Peter Mandelsson. «Continueremo ad agire nel più stretto rispetto delle regole – ha aggiunto – e avremo cura di consultare e di informare le autorità cinesi a tutte le tappe di una qualsiasi procedura».

Del resto dalla Commissione si fa sapere che lo stesso Mandelsson, aveva sottolineato che i provvedimenti adottati potranno avere solo natura di difesa temporanea e non introdurranno una svolta protezionista. Plaudono alle iniziative della Commissione il ministro del Welfare, Roberto Maroni, e le industrie e i sindacati europei di settore. Per il ministro «il via libera della Commissione europea alle linee guida è il primo passo per arrivare ai dazi e alle quote» come «indicato dalla Lega». Oggi, invece, a Bruxelles l’Euratex, che riunisce le aziende europee del settore, e l’Etuf-Tcl, che riunisce i sindacati europei di categoria, posizioneranno due dirigibili sui palazzi della Commissione e del parlamento Ue e libereranno migliaia di palloncini «come simbolo delle aziende chiuse e dei posti di lavoro perduti» a causa delle importazioni dalla Cina. «Le linee direttrici sono il benvenuto – ha detto Francesco Marchi dell’Euratex – ma certi limiti per noi sono troppo elevati, anche se sappiamo che al contrario per i cinesi sono soglie inaccettabili».

27 aprile 2005

Il 7% delle importazioni cinesi in Italia ha come destinazione la Campania. Un numero apparentemente piccolo che, tuttavia, nel 2004 tradotto in valori assoluti significa 829,5 milioni di euro.

È una relazione commerciale articolata con fatti scontati, ma anche sorprese. Le esportazioni campane, invece, valgono il 3,4% di tutto l’export tricolore, cioè 150,4 milioni di euro.

Gran parte del made in China che arriva in Campania è costituito da prodotti del sistema moda: abbigliamento, tessuti, borse e calzature. Solo gli articoli di abbigliamento in tessuto e gli accessori rappresentano il 18,2% di tutte le importazioni cinesi in Campania. Si tratta di 150,9 milioni di euro. E sono volumi e valori in crescita. Nel 2002 le importazioni di abbigliamento erano pari a 89 milioni di euro, nel 2003 erano già schizzate a 116 milioni di euro. Tra il 2002 e il 2004 la crescita è stata del 69,5%, tra il 2003 e il 2004 del 29,4%. Il secondo settore come valore delle importazioni è quello dei preparati e delle conserve di frutta ed ortaggi. Sul totale delle importazioni cinesi preparati e conserve valgono l’8,8%, in soldoni 72,8 milioni di euro. Anche questo è un settore in crescita: l’import era di 63 milioni nel 2002 e di 64 milioni nel 2003. In percentuale la crescita è tra il 2003 e il 2004 è del 13,4%. Un pò a sorpresa è, invece, in diminuzione l’import di giocattoli. Nel 2004 ne sono stati importati 27,9 milioni, molto meno del 2003 quando ne furono importati per 32,9 e del 2002 quando l’import fu di 31,7 milioni. Tra le curiosità nelle importazioni ve ne è una relativa alle navi: nel 2003 furono importate navi per 56,9 milioni di euro, probabilmente una o due sole grandi imbarcazioni. Nel 2004 l’import di navi è stato di 32 mila euro. Ed ancora: è stata importata sabbia, ghiaia e argilla per 36 mila euro e pesce per mille euro. Sebbene vi sia un abbisso tra l’import e l’export tra Cina e Campania di 679 milioni di euro, entrando nei numeri e nei settori merceologici delle esportazioni non sono poche le sorprese. La parte del leone nell’export campano in Cina la fa l’industria aeronautica con 59 milioni di euro, il 39,3% di tutte le esportazioni. Segue il cuoio con 31,8 milioni di euro. Tuttavia se per l’industria aeronautica gli ultimi anni sono stati di crescita (15 milioni nel 2002 e 14 nel 2003), per il cuoio, invece, il trend è negativo. Nel 2002 è stato esportato in Cina cuoio per 64 milioni di euro, nel 2003 per 53 milioni.

Il terzo settore delle esprortazioni è quello degli strumenti ed apparecchi di controllo: ne sono stati esportati nel 2004 per 8,2 milioni di euro in crescita del 1258,8% rispetto al 2003.

La sensazione, scorrendo i dati dell’Istat, è che la Cina compri tecnologie, macchine utensili e prodotti di qualità (alimentari compresi) da un lato per sostenere l’industrializzazione del paese (gli acquisti di macchine utensili, che segnalano il potenziamento della struttura produttiva, sono in costante crescita) e dall’altro per cominciare a soddisfare i consumi dei nuovi ricchi (l’alimentare vale quasi un milione di euro). Ma i dati degli ultimi tre anni segnalano, almeno nella tendenza, una dinamica opposta tra impoortazioni ed esportazioni. Il trend dell’import tende ad affievolirsi: tra il 2003 e il 2002 le importazioni sono cresciute del 24%, ma tra il 2003 e il 2004 la crescita è stata del 7%. Dall’altro lato, l’export è cresciuto del 16,5% tra il 2002 e il 2003 e del 26,1% tr il 2003 e il 3004.

4 maggio 2005

La Cina tranquillizza l’Europa. O almeno ci prova. Il ministro del commercio estero cinese, Bo Xilai, ha scelto Parigi, dove ha incontrato il suo omologo Francois Loos, per lanciare messaggi rassicuranti e auspicare che «l’aumento delle esportazioni tessili avvenga in modo moderato». Ha annunciato pure che Pechino intende lottare «con mezzi importanti contro la contraffazione». Due temi assai cari agli europei che, ovviamente, dopo le parole attendono i fatti.

«Auspichiamo – ha detto Bo Xilai – di attenuare l’onda d’urto che una massiccia esportazione di abiti cinesi potrebbe provocare. Facciamo il possibile – ha aggiunto – per impedire un aumento brutale delle esportazioni, allo scopo di arrivare a un equilibrio commerciale». Bo Xilai ha cambiato anche tono rispetto alle iniziative di Bruxelles («La Cina si oppone alle limitazioni imposte dagli altri paesi» aveva detto solo qualche giorno fa) e ha reso pubblico quello che molti imprenditori da qualche settimana sussurranno: dopo i forti aumenti delle esportazioni in gennaio e febbraio, il ritmo di aumento è «considerevolmente diminuito» a marzo e aprile. E – ha promesso il ministro cinese – ci sarà un «aumento più moderato» in maggio, giugno e luglio. Cioè, le autorità cinesi hanno in qualche modo ridotto il flusso delle esportazioni. Ma ovviamente non vogliono sentir parlare di quote: «un regime discriminatorio e contrario alla regole dell’organizzazione mondiale del commercio», ha ricordato Bo al ministro francese che insieme ai governi italiano, spagnolo e greco aveva chiesto alla Commissione Ue la procedura d’urgenza per limitare l’export tessile dalla Cina. Pechino pare disposta in qualche modo a autolimitare le esportazioni tessili per avere nel complesso buoni rapporti commerciali con l’Unione Europea. «Diamo molta importanza – ha comunicato Bo a Loos – alle inquietudini per la crescita troppo elevata delle importazioni in Europa» che, tuttavia, per il ministro è un fatto eccezionale perché con l’ingresso da gennaio nella Cina del Wto e, quindi, il superamento delle quote che erano prima il regime degli scambi, molti imprenditori hanno preferito nell’ultima parte del 2004 rinviare alcune operazioni di esportazione direttamente nel 2005 per usare il nuovo regime di scambi. E poi – ha detto il ministro – noi guadagneremo pure solo 30 centesimi di euro dalla vendita di una camicetta, ma «bisogna vendere 800 milioni di camicette per comprare da voi un Airbus 380». Come dire il commercio è in due direzioni, siamo un grande e promettente mercato e il tessile – oggetto della contesa di questi giorni – «occupa un posto limitato negli scambi economici». Cioè: la Ue blocca il tessile e la Cina aerei dalla Boeing e tecnologia dagli Usa.

Quanto ai prezzi bassi dei prodotti cinesi, Bo li ha giustificati ricordando le disparità del livello di vita tra Cina e Europa, anche se il ministro dell’industria francese Patrick Devedjian a muso duro ha replicato che «non è possibile sapere la verità sui prezzi» anche perché, ha aggiunto, «il 50% della produzione tessile è fatta da aziende di Stato». E l’Italia? Bo Xilai ha chiuso a Parigi la pratica-tessile.

Nelle prossime settimane a Pechino volerà il viceministro con delega al commercio estero, Adolfo Urso. «Speriamo che il governo di Pechino agisca in fretta per auto-limitare le proprie esportazioni – ha commentato dall’Afghanistan, dov’è in visita, Urso. «Siamo amici della Cina e agiremo per trovare una soluzione pacifica ma sempre nel rispetto degli accordi internazionali».

19 maggio 2005

L’Unione europea è pronta ad altre misure per limitare le importazioni di prodotti tessili e di abbigliamento dalla Cina, dopo la procedura d’urgenza avviata martedì scorso. È stato lo stesso presidente della Commissione, Josè Manuel Barroso, a imprimere un cambio di rotta alla linea del commissario al Commercio estero, Peter Mandelson, ritenuta – soprattutto da Italia e Francia – eccessivamente tiepida e attendista. Una lotta che vede la Ue sullo stesso fronte degli Usa: il governo americano ha annunciato l’estensione dei dazi, reintrodotti venerdì sulle importazione dalla Cina, di pantaloni, magliette e biancheria intima di cotone, anche ad altre quattro categorie dell’abbigliamento.

Per Barroso le misure di lunedì (limitazione della crescita delle importazioni di t-shirt e filati di lino al 7,5% fino al prossimo 31 dicembre) sono solo «un inizio». «Siamo pronti a fare di più, siamo veramente preoccupati per questa situazione» ha detto aggiungendo che «l’Unione europea lavora con fermezza» e annunciando che «nelle prossime settimane ci saranno nuove decisioni se non ci sarà un atteggiamento costruttivo» da parte delle autorità cinesi. «Spero – ha concluso il presidente della Commissione – che ci saranno misure altrettanto decise da parte cinese, altrimenti dovremo fare scelte ancora più dure».

Il nodo del rapporto con la Cina è il ruolo delle imprese pubbliche cinesi e, quindi, la possibilità diretta dello Stato di intervenire per limitare le importazioni.

Secondo uno studio dell’Ocse – l’organizzazione dei 33 paesi più industrializzati del pianeta – nel 2001 il 35,7% della produzione tessile cinese veniva dalla fabbriche pubbliche; addirittura il 51,4% delle fibre sintetiche. Dopo quattro anni si stima che i volumi siano cresciuti di molto. L’Unione accusa, quindi, Pechino di inondare i mercati mondiali in base a una decisione politica tipica delle economie pianificate, piuttosto che su logiche di mercato.

Quelle dell’Ue sono «misure protezionistiche», hanno replicato da Pechino. Il ministro del Commercio estero, Bo Xilai, ha ricordato che la Cina «è un Paese in via di sviluppo che, dopo molto tempo e con grandi sforzi, ha creato un’industria tessile relativamente competitiva.

L’industria è a basso valore aggiunto ed è strettamente collegata al sostentamento di una vasta fascia di popolazione a basso reddito. In media – ha proseguito il ministro cinese – una camicia esportata crea un profitto di 30-40 centesimi per la Cina, mentre una larga parte del guadagno va agli importatori, ai negozianti e ai consumatori di tutto il mondo».

Proprio gli importatori europei hanno contestato le misure della Ue. «Non c’è alcuno sconvolgimento del mercato europeo» ha affermato l’Associazione del commercio estero (Fta). «Il punto è che misure di emergenza – ha detto Jan Eggert, segretario generale della Fta – andrebbero prese solo in situazioni di emergenza», mentre in questo caso le statistiche disponibili mostrano che «non c’è alcuno sconvolgimento del mercato europeo, meno che mai un’emergenza».

22 luglio 2005

Svolta epocale per la Cina e la sua moneta, lo yuan. Ieri la Banca centrale per «stabilizzare e migliorare il sistema economico del mercato socialista in Cina» ha deciso di sganciare lo yuan dal dollaro e di legarlo in modo flessibile a un paniere di valute. Ha, inoltre, rivalutato la moneta del 2%.

È finita così un’attesa di mesi, fatta di pressioni sul governo cinese per indurlo a mettere fine al regime di cambio fisso con il dollaro.

Finora la parità era a 8,28 yuan per un dollaro; il nuovo cambio parte da 8,11.

La Banca centrale cinese ha spiegato che la rivalutazione e il legame a un paniere di valute renderà il cambio più flessibile, ridurrà gli squilibri commerciali e permetterà di stimolare la domanda.

Ma è una riforma solo a metà. Infatti, lo yuan resterà ancorato a un paniere di monete (peraltro ancora non noto, ma che verosimilmente vedrà l’euro con un ruolo importante) e avrà una fascia di oscillazione dello 0,3% rispetto alla chiusura del giorno precedente. In via teorica, quindi, sarà possibile una oscillazione del 3% in dieci sedute e del 30% in un anno.

Dopo una fiammata iniziale, l’annuncio non ha provocato grandi sconvolgimenti. Il mercato valutario ha reagito in maniera abbastanza composta, con lo yen che dopo aver toccato un massimo di seduta contro dollaro a 110,20 in seguito si è sia pure leggermente ridimensionato, scambiato attualmente attorno a 110,8 (contro 112,91 degli ultimi scambi di ieri a New York). Quanto all’euro, dopo essere salito fino a 1,2255 (massimo di giornata) ha addirittura invertito la rotta, con un nuovo minimo di seduta a 1,2105.

La decisione della Cina, oltre all’impatto sul mercato valutario, ha un preponderante aspetto politico soprattutto di apertura verso le richieste di Unione europea, Usa e Giappone che negli ultimi mesi avevano più volte sollecitato un intervento sul tasso di cambio, ritenuto sottovalutato e per questo in grado di dare ai prodotti cinesi vantaggi competitivi artificiali.

Peraltro dal comunicato della Banca centrale cinese si lascia intravedere la possibilità di ulteriori interventi nel medio periodo.

Plauso alla decisione cinese è venuto dal Fondo mondiale, dal Tesoro americano, dall’Ocse, dal presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, e da quello della Bce, Jean-Claude Trichet. Tutti però sottolineano come si tratti solo di un primo passo.

Apprezzamenti anche dal governo italiano con il viceministro delle Attività produttive con delega al commercio con l’estero, Adolfo Urso, per il quale «la Cina ora fa un po’ meno paura».

Dal mondo delle imprese se per il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, è «un ottimo segnale che va nella direzione giusta», per il presidente dei calzaturieri – uno dei settori più esposti alla concorrenza del «made in China» – Rossano Soldini, non «ci sarà nessun impatto sul nostro settore, un 2% di rivalutazione è aria fritta».

«Lo yuan – ha detto Soldini – era sottovalutato del 50% e la rivalutazione del 2% «non avrà alcun impatto sul nostro settore, né su altri». Per avere un impatto reale sul settore calzaturiero, ha concluso Soldini, sarebbe necessaria una rivalutazione di «almeno il 30%. La cosa giusta sarebbe però rivalutare lo yuan per quanto lo si era svalutato».

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