Il petrolio verso quota 150

Il petrolio verso quota 150

PETROLIO, BOLLETTA VERSO 30 MILIARDI

Con il greggio a 74 dollari a fine anno l’Italia spendera’ il 26 per cento in più rispetto al 2005;

Trenta miliardi di euro, quasi 60mila miliardi nella vecchia valuta della lira. A fine 2006 la bolletta petrolifera italiana raggiungerà 30 miliardi di euro, avvicinandosi al record di tutti i tempi, 33 miliardi di euro attualizzati del 1985. Con l’oro nero stabile intorno ai 74 dollari al barile gli esperti del settore hanno ricalcolato l’impegno economico del paese registrando, rispetto alle precedenti valutazioni di giugno una crescita di due miliardi di euro.

Per il Paese si tratterebbe, inoltre, di sborsare, quasi otto miliardi in più rispetto al già salatissimo conto del 2005 che si chiuse a 22,23 miliardi. E, se il barile dovesse schizzare ulteriormente, spinto dalle tensioni medio-orientali che nelle ultime settimane lo hanno visto avvicinarsi pericolosamente a quota 80 dollari, il conto per l’acquisto dell’oro nero potrebbe salire ancora.

Solo due mesi fa, infatti, quando il greggio era sui 65 dollari al barile, il presidente dell’Unione petrolifera italiana, Pasquale De Vita, aveva stimato che senza una flessione dei prezzi nella seconda metà del 2006 una fattura petrolifera a fine anno sui 28 miliardi di euro. Come è, purtroppo noto, tra giugno e luglio i prezzi del barile sono cresciuti e viaggiano stabilmente intorno a 74 dollari.

Questo farà lievitare ancora la bolletta petrolifera fino appunto sopra i 30 miliardi di euro che porterebbe il 2006 ai vertici della classifica degli anni più salati sul fronte dei conti petroliferi per l’azienda Italia: di poco sotto a quelli del 1985, anno dell’ultimo grande shock petrolifero quando la fattura toccò quota 33 miliardi di euro (attualizzando le cifre dell’epoca a valori correnti). La vertiginosa crescita delle quotazioni internazionali del barile ha un forte impatto su un’economia, quale quella italiana, che dipende per l’85% dall’oro nero contro una media degli altri

Paesi europei del 50%. In termini di peso sul Pil la fattura energia, l’intero costo cioè per l’approvvigionamento di tutte le fonti (e non solo il petrolio) dall’estero, rappresenta infatti oggi – secondo gli ultimi dati dell’Unione Petrolifera – il 2,9% del prodotto nazionale lordo (era del 2,2% nel 2004). Gli effetti delle impennate del petrolio sono da tempo visibili: le bollette della luce e del gas registrano da oltre un anno e mezzo successivi rincari. Più in generale – ha ricordato di recente anche il presidente dell’Authority per l’energia, Alessandro Ortis – l’aumento di un dollaro del prezzo del barile, nel Vecchio Continente, «genera oltre 5 miliardi di dollari di maggiori costi annuali, che si riflettono per circa un terzo nei settori dell’elettricità e del gas». Come dimostra l’andamento delle bollette, da bimestri, in salita. Anche sul fronte dei carburanti, in Italia i listini dei distributori sono da giorni sui massimi di 1,409 euro al litro. A Napoli con le addizionali locali e il ricarico dei rivenditori si tocca anche 1,486 euro. E sulla carta, secondo le stime degli operatori, ci potrebbero essere anche nuove cattive sorprese per il prossimo futuro: i rialzi delle quotazioni internazionali dei carburanti degli ultimi mesi non sono ancora state trasferite completamente sui prezzi alla pompa. Esiste quindi – se permangono gli attuali livelli delle quotazioni del greggio – il rischio che le compagnie possano decidere nuovi rincari di circa 2 centesimi sulla benzina e fino a tre sul gasolio.

NUOVO RECORD PER IL PETROLIO: 78,4 DOLLARI

Il blocco delle estrazioni in Alaska mete in crisi gli Usa. Washington: pronti a usare le riserve
8 agosto 2006

Mentre si attendeva l’impatto degli uragani nel Golfo del Messico sulle estrazioni di petrolio nell’area, che si aggiungono ai riflessi della guerra in Libano e alle continue turbolenze in Nigeria, il mercato dell’oro nero ha ieri dovuto subire i contraccolpi dell’interruzione delle estrazioni della Bp in Alaska per 400mila barili al giorno. Il barile è così subito volato a Londra verso i 78 dollari e a New York verso i 77 avvicinandosi ai record di metà luglio. La situazione negli Usa – nel pieno della stagione degli alti consumi estivi – è talmente delicata che il governo è pronto a fare ricorso all’utilizzo delle riserve strategiche di petrolio per fronteggiare i problemi di approvvigionamento.

La sospensione delle estrazioni dai campi petroliferi di Prudhoe Bay – i più grandi degli States – è stata causata da problemi agli oleodotti che collegano i circa mille pozzi del campo petrolifero e trasportano il greggio alle raffinerie. Nei giorni scorsi, infatti, sono state scoperte 16 tra corrosioni e piccole perdite (quantificate complessivamente in non più di cinque barili) in 12 punti dell’oleodotto. Ma questo è bastato perché Bp sospendesse il transito del petrolio nell’oleodotto e contestualmente le estrazioni dai pozzi. Già nello scorso mese di marzo l’oleodotto ebbe un guasto e per questo Bp ha pianificato di sostituire il 73 per cento delle condotte.

La sospensione delle estrazioni ha praticamente tagliato la produzione degli Stati Uniti dell’otto per cento. «Ci sono 688 milioni di barili di greggio nelle riserve strategiche e se ci sarà una richiesta da parte delle compagnie petrolifere, sarà esaminata seriamente», ha fatto sapere il portavoce del dipartimento all’energia, aggiungendo che il ministro dell’Energia, Sam Bodman, ha chiesto al suo staff di mettersi in contatto con Bp e con le società di raffinazione che sono state colpite dal problema.

In questo quadro già molto delicato si inseriscono le previsioni nerissime nel caso l’Iran – con l’estendersi del conflitto in medio oriente e con la vicenda dell’arricchimento dell’uranio contestato dalla comunità internazionale – dovesse bloccare lo strategico stretto di Hormuz, all’imbocco del Golfo Persico. Secondo Standard & Poor’s se l’Iran dovesse bloccare il passaggio delle petroliere il costo del petrolio potrebbe salire fino a 250 dollari al barile perché sarebbero tagliati fuori gli approvvigionamenti dal Kuwait, dagli Emirati Arabi e da parte dell’Arabia Saudita. Questo situazione potrebbe ridurre l’offerta mondiale di greggio del 20%, facendo impennare il costo del petrolio a 250 dollari al barile.

L’economia mondiale – è lo scenario prefigurato da Standard & Poor’s – cadrà in recessione, come tra 1980 e il 1982, e gli Stati Uniti saranno il paese più colpito. Tutto ciò, dicono gli analisti di S&P, «è lontano da essere il peggiore degli scenari e al contrario potrà essere il migliore dei casi», anche se «poco probabile».

Il surriscaldamento dei prezzi del petrolio sarà uno degli ulteriori elementi che il board della Federal Reserve avrà a disposizione oggi per valutare la situazione economica e decidere sull’adeguatezza dei tassi d’interesse. Quasi sicuramente verranno tenuti fermi al 5,25%.

DAL PETROLIO ALLA BENZINA, COSI’ NASCE IL PREZZO DEI CARBURANTI

Ecco come si arriva dal greggio dei pozzi ai nostri distributori

Barile, futures, spot, Wti, Nymex, Brent. Gli italiani a ogni pieno di carburante fanno, loro malgrado, uno slalom in uno dei mercati più complessi, e forse per questo affascinanti, delle materie prime: il petrolio, o per dirlo all’inglese il «crude oil». E protestano per quello che le associazioni delle consumatori considerano un comportamento asimmetrico delle compagnie: quando il petrolio va su, la benzina va su; quando il petrolio va giù la benzina lo segue ma non con lo stesso slancio (ma l’Agip replica di adeguarsi giorno per giorno all’andamento del petrolio). Ma è proprio così? Per rispondere bisogna cercare di ricostruire il funzionamento del mercato del petrolio. Anzitutto non c’è un solo petrolio e nemmeno due come si potrebbe pensare, ma tanti greggi ognuno con le sue caratteristiche che vengono definite sulla base della densità Api: più un olio è leggero maggiore è la quantità di carburanti che si possono raffinare. E quindi più alto è il valore.

Nel mercato del greggio poi operano sia compagnie che hanno propri pozzi e riserve, sia compagnie che possiedono le reti di distribuzione. E ognuna, indipendentemente dalle sue caratteristiche, compra e vende petrolio secondo quelle che sono le sue previsioni e necessità di vendita. L’oro nero è negoziato principalmente su due piazze al Nymex (New York Mercantile Excange) il Wti con almeno 40 gradi di densità (come quello estratto in Texas) e a Londra il Brent, che di gradi ne ha 37 ed è considerato un olio leggero (il petrolio estratto dall’Eni in Val d’Agri in Basilicata che rappresenta circa il 7% del consumo italiano è di 40 gradi). Su queste due piazze si trattano contratti con consegne nel breve periodo (spot) o per periodi più lunghi (futures), generalmente entro quattro mesi (ieri il futures su dicembre al Nymex quotava 74 dollari!).

Contestualmente un’altra piattaforma, Platt’s, segue l’offerta e la domanda dei prodotti raffinati. Ed è lì che si determina il prezzo della benzina che dopo un po’ arriva nei distributori. Ieri il prezzo del barile di greggio (un barile contiene 156 litri di oro nero) era valutato sul Platts intorno a 72,5 dollari, ben oltre i 70 dollari dei contratti spot di New York. Sul Platts si determina la richiesta finale dei prodotti raffinati e, quindi, la composizione di domanda e offerta. Ieri questo «incrocio» portava le quotazioni di un litro di benzina a 0,402 euro. Ben lontano da quota 1,352 euro euro al fai da te. Come è arcinoto la differenza tra le due cifre di 0,792 è dovuta in gran parte a imposte, accise e Iva (in Campania la sovrattassa di 0,034), per una parte più modesta (0,114) ai costi commerciali e di distribuzione e solo per 0,044 dal guadagno per i gestori.

RUSSIA BATTE ARABIA: ESTRATTO PIU’ PETROLIO
26 agosto 2006

L’Arabia Saudita non è più il primo produttore di petrolio del pianeta. Dallo scorso mese di giugno lo scettro è passato alla Russia, che aggiunge questo nuovo primato a quello già saldamente detenuto per il gas (607 milioni di produzione e riserve 48 miliardi di metri cubi). Il sorpasso ha il certificato dell’Opec, l’organizzazione tra undici (ma non la Russia) dei maggiori paesi produttori di oro nero: da giugno nei campi petroliferi di Mosca si estraggono ogni giorno 9,680 milioni di barili, contro i 9,160 dell’Arabia Saudita. Se poi si aggiungono le produzioni dei paesi della Csi, la Comunità degli stati indipendenti, l’ex Unione Sovietica arriva a 12 milioni di barili al giorno.

I due primati (petrolio e gas) sostengono e sono funzionali al disegno di Valdimir Putin di riportare la Russia al rango di potenza mondiale per contrastare la leadership degli Stati Uniti, ma non sul piano militare come nel passato dell’ex Urss, bensì su quello delle fonti energetiche che riescono a influire sulla geopolitica del mondo contemporaneo ben più degli arsenali. Non è un caso che Putin abbia portato sotto lo stretto controllo del Cremlino, anche con metodi discutibili, tutta l’industria del petrolio (nella foto pozzi di Lukoil in Siberia) e del gas e che recentemente abbia riunito a Soci sul mar Nero tutti i capi di stato dell’ex Urss proprio per rinsaldare i rapporti creando un grande mercato dell’energia e dell’acqua.

L’obiettivo non è solo quello di riprendersi la ribalta una volta occupata dall’Urss, ma anche di condizionare i nuovi equilibri con la Cina, che gigante dell’economia avrà sempre più bisogno di petrolio da acquistare sui mercati mondiali.

Mosca con 12 milioni di barili al giorno estratti nei suoi campi petroliferi e in quelli delle ex repubbliche sovietiche della Csi rappresenta quasi il 15 per cento della produzione mondiale (oltre 80 milioni di barili al giorno) può anche orientare i prezzi del greggio (come ha già fatto in passato calmierandoli) acquisendo perciò un ruolo ancora maggiore soprattutto in considerazione dell’instabilità dell’area medio orientale.

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