30 anni

Il terremoto del 1980 ha cambiato la nostra vita: 30 anni dopo voltandoci alle spalle abbiamo chiarissimo come quel tragico evento ha modificato il corso del destino di ciascuno di noi, delle nostre comunità e dei nostri territori.

Largo Barbelli

La nostra vita è un prima e un dopo: per anni prima e dopo il terremoto hanno costituito il nostro principale riferimento temporale: come una guerra, noi siamo reduci di un periodo che contiene in se fatti inesplorati e che solo la prospettiva storica potrà farlo. E ovviamente non è ancora il tempo, giacché la storia non si scrive quando i protagonisti sono ancora vivi.

Il quartiere cuscinetto

Per quelli che come me erano adolescenti il terremoto ha significato la fine dell’adolescenza: il tempo della spensieratezza, ovviamente, non finì ma si ridimensionò drasticamente.Per anni intorno a noi non c’era nulla che potesse significare gioia e divertimento: a Potenza il sabato sera c’era solo il bar Locatelli che tirava tardi (mezzanotte), le pizzerie e i ristoranti si contavano sulle punta di una mano (e forse un qualche riconoscimento pubblico prima o poi bisognerà darlo a Vito Lorusso e alla Tettoia che ci ha aperto le porte, facendo entrare ragazzi squattrinati, insegnandoci  il gusto); nel 1984 nacque il primo pub il Black Cat (il suo panino crauti e wurtstel è tuttora un must). Ma intanto eravano già grandi non d età, ma di tristezza di una città cupa e grigia.

Potenza in 30 anni ha avuto quattro sindaci: Tanino Fierro (15 anni), Rocco Sampogna (5), Mimmo Potenza (5) e Vito Santarsiero (5, in carica).

Il centro della città ebbe danni notevoli: fu inserito tra i comuni disastrati, ma fu un gentile omaggio. Una riverenza. Prima del terremoto aveva i suoi guai ma era abitato e la città gli girava intorno. Oggi  è un deserto: non si ricordano mai così tanti negozi sfitti in via Pretoria, le vie che lo circondano sono spettrali.

Il villaggio dei prefabbricati di Bucaletto sta sempre al suo posto: gli indirizzi sono sempre gli stessi. Accoppiano il nome del produttore del prefabbricato a un numero. La curiosità mi spinge a chiedermi che fine hanno fatto quei costruttori.

Potenza vive dei suoi uffici pubblici, attirando l’antipatia del resto della Regione che la vede come una città burocratica, di intrighi, di affari non  limpidi.

Ricostruzione

La città non ha una missione e gelosamente difende le sue prerogative di capoluogo. Ma come dimostrano tutta una serie di fatti è una difesa a perdere:la spesa pubblica sarà sempre meno generosa e sempre più uffici pubblici spariranno o saranno ridotti. La stazione meteo dell’Aeronautica non c’è più, il 91° Battaglione Fanteria Lucania è stato sciolto, onta massima per la bandiera che sventolò sul Monte Grappa e ad Adua, il distretto dell’Enel e quello della Telecom non se li ricorda più nessuno, e così via….

Dalla polvere del terremoto ci si poteva risollevare in tanti modi, si è scelto il peggiore. I tanti soldi del terremoto hanno avviato il declino della città: l’idea del guadagno facile – qualcuno può dimostrare il contrario? – che ha permesso di mettere in piedi un sistema politico-affaristico che si è spostato a ogni tipologia di finanziamento pubblico potesse alimentarlo: ordinanza 80, legge 64, formazione professionale, legge 488, prs, psr, pit, patti territoriali, contratti di programma ecc. ecc.

Il centro vuoto

Sono state create delle bellissime macchine che girano a vuoto, generando solo consumi e un’economia di cartapesta che al primo taglio di spesa pubblica – o alla prima inchiesta della magistratura – barcolla minacciando di collassare.

30 anni dopo l’immagine è quella di un rovinoso declino, con una generazione che è andata quasi tutta via, una città sempre più vecchia, un’aria sempre più triste.

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