Mercatone Uno, le crisi non si governano con la cassa integrazione

Cosa c’è dietro la crisi di Mercatone Uno che può essere un campanello di allarme per tutto il Paese? Sabato scorso i 1.800 dipendenti di Mercatone Uno hanno appreso, via social, che la loro azienda non c’era più: il giudice fallimentare ha stabilito che il piano concordatario presentato dai proprietari per evitare il fallimento era insufficiente a soddisfare le pretese dei creditori.
La prima risposta del ministro dello Sviluppo economico, Di Maio, di fronte a 1.800 persone finite in mezzo alla strada è stata: bisogna attivare subito la cassa integrazione straordinaria, ha sentenziato. Giusto, giustissimo. Se ne parlerà domani al Mise.
Le crisi, come quella di Mercatone Uno, vengono però da lontano, non si generano in una notte e hanno più di un risvolto dove è chiara l’assenza di una strategia pubblica di governo appunto delle crisi. Non è sufficiente e non basta nemmeno pensare solo a tutelare il reddito. Quello che è indispensabile è tutelare il lavoro e la sua continuità. E purtroppo negli ultimi mesi quello che è stato fatto, come certifica il boom della cassa integrazione guadagni straordinari tr gennaio e aprile, balzata a 55 milioni di euro contro i 44 dell’anno precedente che riguarda in maggioranza gli operai (38 milioni), è l’intervento determinante degli ammortizzatori sociali.
Le grandi crisi vanno avanti stancamente, senza soluzioni industriali. L’intervento pubblico consiste nel trattare, di volta in volta, la proroga della cassa integrazione straordinaria o di altri ammortizzatori sociali alternativi.
L’industria italiana, già provata dalla lunga crisi del 2007, ha di fronte altri cambiamenti, profondi, con l’introduzione su larga scala della digitalizzazione e deve contemporaneamente affrontare il nuovo scenario del mercato mondiale caratterizzato da un ritorno dei dazi.
Il rischio è che di fronte alle sfide del cambiamento, più di un’impresa preferisca la scorciatoia della chiusura (e del trasferimento sotto altre vesti altrove) temperata dagli ammortizzatori che ne salvano il profilo sociale.
E’ lo anche perchè sono praticamente inesistenti e inefficaci – come ha rilevato recentemente l’Ocse – le iniziative per adeguare i fabbisogni di competenze dei lavoratori italiani che sono strategiche nella nuova economia digitale per preservare e rafforzare il sistema industriale del paese.
Rileva l’Ocse che con l’introduzione delle nuove tecnologie digitali, se il 15.2% dei posti di lavoro potrebbe essere completamente automatizzato, un altro 35.5% verrà profondamente trasformato rispetto alle mansioni che i lavoratori vi svolgeranno. In questo contesto, per mantenere il posto di lavoro o trovarne di nuovi, gli adulti in Italia avranno bisogno di aggiornare le proprie competenze durante tutto l’arco della vita lavorativa. La formazione continua deve, pertanto, diventare una priorità per l’Italia.
Oggi solamente il 20% degli adulti partecipa ad attività di formazione, la metà rispetto alla media OCSE. Questa percentuale scende al 9.5% per gli adulti con competenze basse, il gruppo che ha maggior bisogno di formazione. Traducendo le percentuali in numeri questi sono imponenti, tali da rendere l’economia italiana più debole e meno competitiva.
L’industria manifatturiera è fondamentale per l’economia italiana perché ne costituisce, anzitutto, la principale vocazione: rafforzare le competenze dei lavoratori, in particolare nelle piccole e medie imprese, è il migliore antidoto alle crisi.

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