Dell’innovazione

Belfast, a particular of the Big Fish

C’è un motivo in più per stare lontani nelle prossime settimane dagli ambienti pubblici di Potenza e della mia Basilicata: le elezioni regionali.

Volendo ci si potrebbero fare un sacco di risate, se le cose non fossero drammaticamente serie.

Comunque ieri ho lungamente subito un amico <candidando> al consiglio regionale (che autorizza questa esposizione dei fatti, anche perché se non lo facesse sarebbe uguale!) e il suo programma (quello della sua coalizione non è ancora pronto, mi ha detto) largamente dominato dalla parola innovazione.

A un certo punto l’ho interrotto chiedendogli se conoscesse tale Joseph Alois Schumpeter. <No, chi è?>. Infatti.  Non può conoscerlo per due motivi: il primo è che non è più tra noi. E’ morto (strana coincidenza) nella notte tra il 7 e l’8 gennaio del 1950 (cioè 60 anni fa giusti gusti). Il secondo che non ha avuto la fortuna di incontrare qualche scritto di questo grande economista: il papà della teoria dell’imprenditore innovatore, ma non solo.

Il pensiero di  Schumpeter va molto al di là dell’analisi economica, davvero ci ha aiutato a capire l’evolversi della società superando gli steccati del neoliberismo e del keynesismo. Però non complichiamo le cose.

Ho l’impressione che innovazione nell’accezione generale significhi avere l’ultimo modello di telefonino in tasca, il computer più performante sulla scrivania, e che sia solo una <cosa> tecnologica.

Eppure soprattutto in politica innovare significa spostare in avanti e in alto il paradigma della società: definire una combinazione di regole e fattori per dare alla comunità più benessere e più opportunità.

E torna Schumpeter: letto in chiave territoriale. La vista lunga è sempre premiata.

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