E se la Fiat chiudesse Melfi ? (2)

Il giallo

La Fiat annunciò l’idea di realizzare lo stabilimento ma già era pronta la variante generale all’area industriale di Melfi per ospitare l’impianto. Il presidente dell’Asi dell’epoca Bellino, uno stimato politico democristiano ex-sindaco di Potenza negli anni ’70 (i potentini per via del programma di diffusione dell’illuminazione pubblica in città la soprannominarono il sindaco-elettricista! Di alcuni suoi successori si ricordano altre gesta e di qualcuno nemmeno il nome….) spiegò che l’intera operazione era stata fatta nel più assoluto segreto su richiesta della Fiat che subordinava a questo il suo buon esito. Già all’epoca le critiche non mancarono perché che senso ha un ente pubblico chiamato a fa sviluppare la presenza dell’industria e a gestire le aree industriali se, in un’operazione così grande  che ha cambiato, comunque la si pensi, la storia della Basilicata, antepone una richiesta alla riservatezza alla natura stessa del suo essere?

Lo scambio

Rispolverando una delibera (quella per le industrie del terremoto) della commissione regionale per l’impiego si sancì che l’80 per cento del personale doveva essere residente in Basilicata, il rimanente 20 per cento nell’isocrona di un’ora dallo stabilimento (Puglia e Campania). Così mentre pugliesi e campani dovevano risiedere entro un’ora di viaggio, i lucani potevano arrivare da Rotondella a circa 200 chilometri e tre ore di viaggio! In fondo la vera idea del rapporto con la “fabbrica integrata” maturata nella politica lucana era quello di prendersi quanto più possibile reddito e distribuirlo alla popolazione nel modo più facile e rapido: appunto con le assunzioni. I numeri, in un certo senso, danno ragione.  Almeno nel breve periodo.

Lo voglio, non lo voglio

Ma Melfi é anche lo stabilimento con problemi infrastrutturali esterni irrisolti. A cominciare dalla strada a «presunto» scorrimento veloce Potenza-Melfi. Dopo 20 anni quella strada è sempre la stessa. Ma bisogna vederla in concomitanza con i cambi dei turni di lavoro per capire quanto sia pericolosa. Eppure – come tutte le cose – era inserita in un grande progetto: quello di una sorta di autostrada che da Lauria – tagliando il cuore dell’Appennino lucano – avrebbe collegato l’A3 all’A16 a Candela utilizzando strade già progettate (la Saurina, che detiene il record delle chiacchiere!), un pezzo della Basentana e poi la Potenza-Melfi. Un progetto strategico d’interesse nazionale perché avrebbe alleggerito anche l’A3 e la dorsale tirrenica smistando, ben prima di Bologna, le merci per il Nord-Est.

Siccome un po’ era troppo intelligente, un po’ perché ci volevano tanti soldi quel progetto è ancora tale. E la Potenza-Melfi è il budello che è.

Meglio è andata con la costruzione delle case. Evitato il mega quartiere dormitorio, si è optato per la costruzione di alloggi popolare nei comuni dell’area, spalmando le nuove case su tutto il Vulture.

Tuttavia, anche qui, leggendo i primi numeri del censimento del 2011 l’area del Vulture – al netto di Melfi e Atella – ha subito una flessione della popolazione. Solo Melfi è cresciuta a 17.413 abitanti con un balzo dell’8,46% rispetto al 2001.Una crescita che di fatto ha assorbito la flessione dell’intera area (che ha chiuso a +200 abitanti la rilevazione censuaria).

30 anni

@Toni Vece

E però guardando alla storia recente dell’industria automobilistica, al netto di cataclismi, la vita media di uno stabilimento automobilistico è intorno a 30 anni.

Vale, con tutte le cautele necessarie, lo stabilimento Lancia di Chivasso: inaugurato nel 1963 in pieno boom dell’industria dell’auto è stato dismesso dalla Fiat nel 1993 e ceduto a un’altra società che, tra molti bassi e pochi alti, ha continuato, in forma molto contenuta, alcune produzioni per conto di Fiat fino al 2003.

30 non è un numero a caso e può essere direttamente collegato al ciclo di produttività legato all’età media dei dipendenti. E a Melfi il tempo critico della flessione della produttività – senza recuperi tecnologici o altro di Pomiglianesca memoria – scatterebbe dopo il 2021 quando il 58% dei dipendenti avrà tra oltre 50 anni.

In tutti i casi è chiaro – indipendentemente dalla date line – che la Basilicata deve cominciare a pensare al “dopo”. Piaccia o non piaccia.

 

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