La fiscalità di vantaggio per il Sud di Giuseppe Conte

«Il Sud avrà una attenzione privilegiata. Con il ministro Provenzano stiamo lavorando ad una fiscalità di vantaggio per l’intero Meridione. Se riusciamo a coniugare una fiscalità di vantaggio con gli investimenti programmati possiamo rendere attrattivo davvero il nostro Sud».

Giuseppe Conte dixit.

La fiscalità di vantaggio, cioè una serie di norme che hanno l’obiettivo di alleggerire il carico fiscale soprattutto per le imprese per un’area geografica, come il Sud, o per un settore sembrava morta e sepolta: troppo potente come annientatore della concorrenza, troppo foriero di effetti indesiderati, cioè una cattiva allocazione di risorse. Eppure sempre una delle misure più amate per il Sud.

Il Sud la sua fiscalità di vantaggio l’aveva: la fiscalizzazione degli oneri sociali.

Fino al 1994, le 8 regioni del Mezzogiorno hanno goduto di sgravi contributivi totali risparmiando sul costo del lavoro il 33% sulle retribuzioni lorde dei lavoratori dipendenti e il 23% per gli autonomi.

Nel 1994, la Commissione Europea valutò gli sgravi “aiuti di stato” che, a seguito dell’accordo Pagliarini-Van Miert (ministro del Bilancio il primo e commissario il secondo), furono progressivamente eliminati.

Non ci fu una grande resistenza all’abrogazione di quella misura: Pagliarini era il “ministro dell’economia” della Lega, l’Italia da poco aveva acclamato Berlusconi e la sua ricetta liberista e, quindi, si pensò che le nuove politiche promesse dal cavaliere, in un certo senso, avrebbero assorbito se non addirittura migliorato la fiscalità delle imprese.

Pochi compresero che, essendo la gran parte dell’occupazione industriale del Sud, maturata nell’ambito di processi di delocalizzazione dal Nord, appunto, per pagare meno la manodopera, senza quella misura e con una produttività del lavoro largamente inferiore a quella delle fabbrica del settentrione, si sarebbero determinate chiusure di stabilimenti e perdita di lavoro.

Per indolcire la pillola gli anni seguenti furono quelli della 488, la peggiore legge di incentivazione di tutti i tempi i cui meccanismi furono definiti atti a promuovere in modo organico truffe, i contratti di programma, i patti territoriali: tutte misure di modesto se non nullo impatto.

Nel 2006 – più come mossa politica che per reale convinzione – la Regione Campania promosse una serie di iniziative per ottenere la cosiddetta fiscalità di vantaggio per i propri territori: cioè un taglio dell’imposizione fiscale sulle imprese.

La proposta ebbe la sua pietra tombale il 20 settembre del 2006 quando in un convegno organizzato a Bruxelles dalla Camera di Commercio di Napoli, alla presenza del ministro dell’Innovazione tecnologica, il napoletano Luigi Nicolais, uno direttori della direzione generale della Concorrenza, Loretta Dormal Marino.

«Abbiamo approvato di tutto e di più dal 1995 con l’Italia, con l’accordo Van Miert-Pagliarini si è deciso di chiudere con questi tipi di interventi e perla Commissione non ci sono motivi per cambiare opinione».

E rivolta ai campani, che già pensavano che l’appunto riguardasse Roma e non Napoli, sancì: «Poi dalla Campania vogliamo ancora sapere come ha speso i soldi, tanti, che ha ricevuto».

Solo per memoria erano gli anni dei corsi di formazione per modelle, gli anni che poi hanno portato al dissesto finanziario multimiliardario del primo decennio.

Ora si ritorna a parlare di fiscalità di vantaggio. Magari l’Unione Europea nella fase post Covid-19 sarà più flessibile. Ma se lo sarà lo dovrà essere con tutti e non solo con l’Italia.

Quello che oggi come allora (ultimi 30 anni del ‘900) non cambierà sarà lo strumento: temporaneo per salvaguardare l’occupazione, forse per accrescerla. Ma con sempre lo stesso problema del Mezzogiorno: si riuscirà a recuperare la produttività. Cioè cambieranno quei fattori esterni, ambientali, che oggi ne condizionano negativamente la performance?

Quella è la vera scommessa. Sempre che quello di Conte non sia uno dei tanti slogan.

Nel 2006 raccontai la gita a Bruxelles della delegazione campana

Il Mattino 21 settembre 2006

 

 

 

 

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