Il Mclavoro

Il cappello

Il mercato del lavoro con le regole che ha non funziona, non può funzionare.

Lo Statuto dei lavoratori è del 1970: sono passati 40 anni e di mezzo ci sono state almeno tre grandi recessioni e una rivoluzione post-industriale che hanno riscritto nei fatti i rapporti tra i fattori: terra, lavoro e capitale. Non sono stati cambiamenti di poco conto, piuttosto si tratta di sconvolgimenti. Sono cambiati alcuni paradigmi: nessuno avrebbe mai pensato che per taluni prodotti (meglio sarebbe definirli output) a un certo punto valesse l’equazione ricavo=profitto. Né che i principi della localizzazione per molte attività venissero meno perché internet permette di svolgere lavori ad altissimo valore aggiunto indipendentemente dal posto nel quale ci si trova.

Mentre il mondo ha cominciato a funzionare con nuovi sistemi e nuovi protagonisti il mercato del lavoro italiano è rimasto fermo. O piuttosto sono rimaste ferme le regole.

Come al solito l’italica malattia dell'<arrivo dopo e capisco tutto> ha prodotto i migliori mostri giuridici in circolazione. In nome della mobilità a una fetta della popolazione, la più giovane, sono stati imposti modelli contrattuali che nulla hanno a che vedere con la nuova situazione che si è determinata ma hanno avuto l’unico obiettivo di abbattere il costo del lavoro per spostare pezzi di reddito consistenti verso il profitto.

Da qualche tempo il ministro Brunetta ha preso di petto – e non è una battuta – la questione del mercato del lavoro che si chiama, a vedere di Brunetta è l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

L ’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori stabilisce che “(…) il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento (…) o annulla il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo (…) ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare4 il lavoratore nel posto di lavoro. (…)”.

Per il ministro Brunetta sta lì la vera causa del blocco del mercato del lavoro: «l’articolo 18 garantisce i padri e non protegge i figli – attacca il ministro – io sono per una modifica dell’articolo che monetizzi e non reintegri». Il ministro non ha tutti i torti: oggettivamente c’è un divario tra le generazioni che non è più tollerabile. Sulle giovani generazioni si è scaricato tutto lo scaricabile creando un modello di società speculativa che mortifica e impoverisce chi dovrebbe invece darle propulsione. Non è forse questo che da anni ha appiattito la crescita economica del Paese?

Eppure né Brunetta né altri hanno il coraggio di chiamare le cose per nome, né di affrontare una vera e grande riforma del mercato del lavoro. Che non significa precarietà, ma modelli nuovi che coinvolgano tutti e anche la società. Perché non si può chiedere mobilità e flessibilità solo ai lavoratori più giovani mentre tutto il resto è rigido e immobile. Bisogna avere coraggio. Merce assolutamente rara.

Piuttosto Brunetta e la signora Gelmini un modello già lo stanno realizzando: quello di Elisa Zamot.

Ma questo lo spiego la prossima volta. E si capirà pure perché questo post l’ho titolato Mclavoro.

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