Il mercato del pesce (2)

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Dovrebbe essere piuttosto avvilente per un Paese e un governo ricevere l’elenco delle cose da fare per evitare di fare la fine della Grecia. Eppure quelli che non più tardi di una settimana fa nelle aule parlamentari venivano individuati come la peste (i cosiddetti “tecnocrati“) da quegli stessi che nei prossimi giorni alzeranno la manina senza avere nemmeno capito di cosa si sta parlando, hanno deciso per l’Italia e gli italiani. La lettera a doppia firma Tichet-Draghi dimostra come l’Europa – al di là delle frasi di circostanza – considera l’Italia: una mina vagante. Del resto con la “manovra dell’avvenire” di metà luglio  che prometteva di fare negli anni successivi gli unici che si erano convinti di avere fatto ciò che era necessario fare erano gli italiani che dovendo, appunto, fare nel futuro non avevano nemmeno protestato più di tanto. Tagli di qua, tagli di là ma al di là del solito balzello sui carburanti (la tassa più amata da tutti i governi degli italiani) immediatamente varato – per il resto era tutto rinviato aspettando Godot. Se mai esisterà in futuro un altro Wikileaks sarebbe bello leggere la corrispondenza tra l’ambasciata tedesca e il governo di Berlino.

Ma la botta di Ferragosto non risolve i problemi in campo: ci vorrebbe una rivoluzione nella gestione dello Stato, ma la politica italiana non offre materia prima capace di cotanto disegno. Se non si ridiscute il modello dello Stato anche i sacrifici di Ferragosto saranno vani: la macchina pubblica italiana è come un motore che gira a folle, consuma carburante e produce rumore e inquinamento. Bisogna rivederne il modello: certo alcune cose ci sono. Non si può negare che avere avuto l’idea di tagliare le province più piccole è positiva (per eliminare l’inutile ente Provincia in quanto tale serve cambiare la costituzione!) e può essere un buon inizio. Ugualmente utile è costringere i piccoli comuni a mettersi insieme (anche perché con i pochi soldi che hanno non riescono a fare nulla, se non pagare gli stipendi e devastare il territorio), si sarebbe potuto alzare la taglia da mille a due mila. Ma va bene anche così.

Solo che tutto questo non basta e non basterà. Se non si tocca il capitolo pensioni non si compie il vero salto di qualità. Non è solo una questione di soldi, ma soprattutto di regole e di certezze. I diritti acquisiti di oggi non possono essere i diritti negati di domani e il niente di dopodomani. E’ indispensabile un’operazione di equità e giustizia sociale. Non solo di soldi. La società non lo reggerebbe.

 

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