Il Paese dei monopoli, non è una malattia: è una pandemia

Poeti, santi, navigatori ….. e monopolisti.

Non c’è campo di attività di questo Paese che non sia devoto al monopolio.

E’ una questione anzitutto culturale: una sorta di coperta di Linus. Offre sicurezza, elimina l’incertezza. E non fa niente se il servizio è scarso e il prezzo è alto.

L’aspetto psicologico è più rilevante.

Non si spiega diversamente l’allergia a ogni sia pur minima forma di concorrenza. Una pandemia senza possibilità alcuna di contrasto.

La storia di Italo è paradigmatica.

Italo è in difficoltà finanziarie: dal primo giorno ha dovuto lottare contro l’universo mondo.

Eppure Italo ha portato nuovi servizi, ha ampliato le possibilità per i passeggeri, ha abbassato i prezzi dell’Alta Velocità. I cittadini hanno apprezzato.

Ma è normale in un settore con più imprese che l‘infrastruttura (la rete ferroviaria) sia gestita dall’ex impresa monopolista?

Ecco dunque che Italo è stato tenuto a lungo lontano da Roma Termini per la più periferica Roma Tiburtina (che per la verità è molto meglio del suk di piazza dei Cinquecento) e non accosta a Milano Centrale.

E poi è normale che tra le imprese concorrenti nel medesimo settore ce ne sia una (l’ex monopolista) soggetta tuttora a pesanti sovvenzioni dallo Stato (e per gli scadenti servizi locali dalle Regioni)?

E altrettanto normale che un ex ministro ripeschi un vecchio tweet di Italo e lo rilanci per augurare la morte di una società che occupa 1.000 persone?

Gasparri

Io tifo per Italo perché mi piace che ci sia concorrenza.

Così come quando nacque Omnitel corsi a fare subito un abbonamento. Così come farò ogni volta che si affaccia in qualche settore monopolizzato un coraggioso competitore.

La concorrenza avrebbe potuto fare di questo Paese un Paese diverso.

 

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