La derivata prima di Atene (3)

Il carcere di Kilmainham

Per la crisi finanziaria <a rate> è l’ora dell’Irlanda. Il verde trifoglio di San Patrizio è stato bucherellato dalla finanza allegra delle banche autoctone, sorelle minori  di quelle americane e inglesi, ma non per questo meno spregiudicate. E ora anch’esse al capolinea. Insieme a tutto il Paese. Qualche osservatore parla di una crisi che può generare effetti devastanti per il Paese come il dramma della peronospora della patata che, intorno al 1848, portò al più grande flusso migratorio di tutti tempi. Siamo stati avvertiti, con un certo zelo, che la crisi irlandese, può bloccare la ripresa ed estendersi anche a altri stati.

Già si segnala una ripresa dei flussi migratori, dopo che negli anni ’90 – con una aggressiva politica fiscale di attrazione degli investimenti,la famosa aliquota del 12,5% sui profitti delle imprese – l’Irlanda era divenuto un paese di immigrazione.

Street

Il problema alla base della crisi finanziaria è sempre lo stesso: la speculazione sui mercati immobiliari, finanziata in modo dissennato dalla banche. Il meccanismo è sempre lo stesso, ovunque lo si applichi: le costruzioni tirano tutta l’economia, con una facilità e una rapidità che nell’economia materiale altri settori sognano. Si fanno enormi progetti, si prendono suoli e li si trasforma in aree lottizzabili e via con una catena di Sant’Antonio, fino a quando il gioco regge, con sempre maggiori e prezzi che si gonfiano sempre di più.

I docks

A un certo punto la giostra si ferma: si comincia con un piccolo smottamento, qualche insolvenza qua e là, nulla apparentemente di preoccupante. Ma lo smottamento si trasforma ben presto in frana emulando al’inverso il sistema della crescita.

Alla fine sulle strade appaiono i cartelli: Sale, si vende. Nel maggio 2008, cioè due anni e mezzo fa, feci un viaggio a Dublino: la città era colorata, ovunque, da cartelli <On sale>. Una immensa svendita. Era chiaro che il Paese era a mezz’aria e che le misure adottate per fermare il disastro finanziario erano un mezzo palliativo.

Un palliativo, lo stesso che tutto il sistema capitalistico – con diversa intensità – sta usando per rattoppare l’economia dal tarlo delle banche cialtrone.

L’Irlanda – paradossalmente – potrebbe dare la lezione all’intero mondo capitalistico partendo dal successo degli anni ’90: bisogna disincentivare gli investimenti nel mattone che generano le rendite e incentivare l’investimenti che generano profitti. Cioè bisogna attaccare attraverso la fiscalità le rendite per spostare l’interesse sulla produzione e la creazione. Nei nostri comuni abbiamo assistito, con la complicità del presunto governo liberale, a una sostanziale tenuta dei prezzi delle case e degli affitti a fronte di un patrimonio immobiliare non usato. Sarebbe il contrario di ciò che predica l’economia: l’ampia disponibilità di un bene dovrebbe farne abbassare il prezzo. Ma per la proprietà immobiliare italiana non è proprio così: l’esistenza di latifondi immobiliari rende i prezzi anelastici, cioè non cambiano.

Il referendum

La mentalità del latifondista è sempre la stessa sia esso terriero sia immobiliare: la proprietà sta là chi la vuole paga quello che chiedo e siccome ne ho tanta non fa niente se gran parte è inutilizzata, quella utilzzata genera tanto da farmi stare non bene, benissimo.

Solo così si spiegano certi consumi e certi fatti. Basterebbe tassare di più le rendite sugli immobili e i patrimoni immobiliari per spostare ingenti risorse da un settore improduttivo a quelli produttivi.

Ed eviteremo di pagare tutti l’avventatezza delle banche.

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