La lezione di Google

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Google è pronta a lasciare la Cina: troppe restrizioni, e soprattutto non è bastata aver abbassato la testa finora di fronte ai limiti imposti dalla censura. Poi si è scoperto che qualche hacker cinese ha tentato di violare la Gmail per controllare la posta di alcuni dissidenti cinesi. Hacker facilmente identificabili. E questo è quello che sappiamo.

Google sa benissimo che uscendo dalla Cina rinuncerà al più grande mercato di Internet, quello che già oggi è il primo in termini numerici, e che domani sarà il primo in valore. Google, se darà corso alle sue intenzioni, rinuncerà a crescere. E forse si ridimensionerà. Altri avranno meno scrupoli. E tuttavia Google apre oggi, finalmente, una porta nel muro della real politik dei rapporti con il gigante asiatico.

Fino a che punto si può sopportare un sistema di regole e di imposizioni che limitano libertà personali e collettivi in nome dei commerci? Finora è passata la linea dell’attesa capitalista. Il ragionamento, più o meno, è stato il seguente: i commerci porteranno più denaro, il denaro si redistribuirà elevando la qualità della vita, un diverso benessere farà cambiare la sensibilità collettiva verso l’ambiente, le condizioni del lavoro e le libertà personali. Alla fine ci sarà un allineamento agli standard dell’occidente.Ora al di là della visione fideistica del principio di entropia capitalista, qualche dubbio. Eppure la presa di posizione di  Google apre effettivamente un fronte nuovo soprattutto per i governanti di Pechino che pure loro devono fare i conti con un equilibrio interno che non è governabile solo con i principi dell’economia socialista modernizzata e con il manganello.

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