La sindrome di Giuseppina, quando una virgola giustifica un’esistenza

Sono giorni drammatici. Nessuno di noi era preparato a quello che avvenendo. Il virus è un nemico invisibile: non sappiamo dov’è, da dove viene, come viene. Ha sconvolto le nostre idee di difesa: pensavano di difenderci spazi. In guerra li delimitavamo, nelle altre malattie epidemiche cambiavamo città, dai terremoti, se uscivamo vivi dalla prima scossa, evitavamo di mettere qualcosa sulla nostra testa. Ma sapevano cosa fare. Con il CoronaVirus abbiamo la sola possibilità di fare come nel Medioevo. Chiuderci e sperare che l’assediante perda smalto prima di incontrarci.

Sembrerebbe un film. Ma non è, purtroppo, un film. Anche perché (quasi) tutto intorno a noi deve funzionare, a scartamento ridotto, ma deve funzionare a cominciare dalla produzione dei beni alimentari, quelli farmaceutici, i corrieri, i supermercati, gli addetti alla raccolta dei rifiuti, il mondo dell’informazione e naturalmente tutta la sanità.

Ci sono tantissime persone che rischiano in prima persona perché il Covid-19 è infame. Il rischio è insito nel lavoro che molti fanno per portare – come si diceva una volta – il pane a casa.

Per tutta questa gente – si vede, si legge e si sente – c’è la gratitudine generale: quando viene un corriere, il postino, c’è sempre una parola di affetto, una raccomandazione a fare attenzione, a non esporsi eccessivamente.

E’ come se d’un botto la gentilezza fosse tornata sovrana nei rapporti interpersonali.

Questo è molto bello perché restituisce il senso di una comunità che ha cura di ciascun suo componente con la stessa forza e lo stessa passione con cui si ha cura di se stessi.

Il virus sta riscrivendo le regole, forse. Intanto ha ridefinito, brutalmente, le gerarchie. Anzitutto, pagato il dazio ai social (ormai un agone patetico dove non c’è manco più il divertimento del pettegolezzo), è chiaro che quando parla un medico parla un medico. Anche certi politici hanno ritrovato un ascolto. Almeno quelli che dicono cose sensate. Tanti sindaci si sono armati di telefonino e hanno lanciato, a volte bucolici ma ascoltati appelli.

Quello che il virus non ha ancora cambiato è quel mondo parallelo, parassitario, non tanto piccolo, di questo paese che anche in queste occasioni cerca una visibilità sulle “virgole”, sulle piccole aggiunte, sul “si potrebbe”, “si poteva”, o “io avrei”.

E’ il mondo delle “comparsate” in tv per dire che “l’acqua calda è calda, ma potrebbe essere più calda”, dei commentatori che prima di commentare fanno cento telefonate per avere il preventivo consenso così essere d’inciampo per nessuno, di quelli che chiamati a fare una cosa si aggrappano al particolare pur di scansare un impegno importante.

E’ il mondo di Giuseppina, la maestrina che – racconta un caro amico – assente con la testa per tutto il giorno a sera tardi consigliò ai colleghi un colore diverso per gli evidenziatori.

Nella foto di Alessandro Garofalo/newfotosud la sanificazione al rione Case Nuove di Napoli

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