La vittoria di Pirro di Boris Johnson

*Articolo pubblicato sul Il Mattino

del 14 dicembre 2019

Boris Johnson ha vinto «senza se e senza ma». Ha la maggioranza che per mesi ha chiesto e non ottenuto da un Parlamento che comunque trovava maggioranze solo per dire no e potrà quindi portare il Regno Unito fuori dall’Unione europea, sostiene, entro il 31 gennaio prossimo.
Tuttavia, la vittoria di Boris Johnson è piena di incognite ed è destinata, con ogni probabilità, a sancire la fine del Regno Unito, articolato in quattro nazioni, com’è ora.
Johnson ha vinto riassorbendo tutto il mondo del “leave” che si era affidato ai Brexiter d’assalto come Nigel Farage, ha vinto ancora nelle campagne e in alcune città industriali in declino dove né il blairismo, prima, né gli stessi conservatori, poi, hanno costruito un’alternativa forte alla produzione industriale pesante.
Ma il biondo Boris ha problemi molto consistenti in tre luoghi-simbolo del Regno Unito, ciascuno con la sua fortissima identità, la storia impegnativa e una mole enormi di questioni aperte: la Scozia, l’Ulster e Londra.

La Scozia
La Scozia, assegnando 48 dei 59 seggi all’Snp il partito nazionale scozzese del primo ministro Nicola Sturgeon, chiede di fatto un nuovo referendum sulla secessione. Nel 2014 i separatisti persero (il No vinse con il 55,3 %) e da quella sconfitta è partita la cavalcata politica di Nicola Sturgeon che ha avuto sempre un solo obiettivo: la Scozia nazione indipendente. Obiettivo che si è molto rafforzato con il referendum sulla Brexit quando la Scozia votò compattamente per il “Remaine” e da allora ha rivendicato la sua opzione di restare nell’Unione Europea.
Il voto di giovedì, oltre a segnare il massimo storico dell’Snp per seggi e voti (45% con un balzo dell’8,1 per cento rispetto alle elezioni del 2017, ma anche con un balzo di oltre il 7 per cento rispetto alle elezioni europee di maggio), segnala anche il crollo della rappresentanza dei partiti “nazionalisti”: i conservatori hanno perso il 3,5 per cento e i laburisti l’8,5 per cento rispetto alle elezioni del 2017. Finanche i quasi spariti Lib-Dem sono cresciuti al 9,5 per cento (+2,8%). Ora la Sturgeon ha il doppio voto favorevole (referendum Brexit e parlamento 2019) che le apre la strada per una consultazione sulla secessione da Londra che questa volta potrebbe essere vincente. Che farà Boris Johnson?

L’irlanda del Nord

Per la prima volta nella storia i partiti “repubblicani” hanno la maggioranza assoluta in Irlanda del Nord: si è riproposto, in un certo senso, il voto anti-Brexit del referendum. Lo Sinn Fein, il partito più grande dei cattolici irlandesi, ha espugnato il collegio di North Belfast dove era candidato il capogruppo del Dup (il partito Unionista) a Westminster, Nigel Dodds.
Dodds era in carica ininterrottamente dal 2001 a Belfast North: è stato sconfitto da John Finucane, figlio di Pat Finucane avvocato difensore di numerosi membri dell’Ira, ucciso da un gruppo di paramilitari lealisti con l’appoggio di membri dei servizi segreti inglesi (nel 2011 l’allora primo ministro inglese David Cameron incontrò la famiglia di Pat Finucane e ammise il complotto).
L’affermazione dello Sinn Fein è figlia della nuova generazione di dirigenti del partito: due donne, Mary Lou McDonald e Michelle O’Neill che hanno preso il testimone dal leader storico Gerry Adams (l’altra icona repubblicana amatissima Martin McGuinness è morto lo scorso anno). Una generazione pragmatica, ancorata saldamente agli accordi del Venerdì Santo (durissima le dichiarazioni dopo l’omicidio di una giovane giornalista Lyra McKee, uccisa da un proiettile vagante esploso da militanti della New Ira durante scontri con la polizia) che ha riportato in primo piano il tema dell’Irlanda unita.
L’Ulster è stato uno dei punti più complessi nelle trattative tra Regno Unito e Commissione europea per l’accordo della Brexit: siamo in un luogo da maneggiare con molta cura, il ricordo degli anni dei “troubles”, dei gruppi paramilitari, delle marce e dei morti ha portato prima la cosiddetto “backstop”, poi all’ultima versione promossa dallo stesso Johnson che in un certo senso preserva lo strano status nord irlandese: inglesi di nazionalità, ma per chi lo vuole – i cattolici – irlandesi di identità. Quindi un confine praticamente inesistente, una sostanziale doppia circolazione della moneta (sterlina ed euro). Una pace costruita con le pressioni della fortissima comunità irlandese negli Stati Uniti e con molti aiuti dell’Unione Europea. Attraverso il programma Peace, dal 1998 a oggi, sono stati stanziati due miliardi di euro e il programma Peace IV resterà operativo a favore dell’Ulster anche dopo la Brexit. Contro l’accordo tra Johnson e l’Ue si è scagliato il Dup che ha già annunciato che non sosterrà il vincitore delle elezioni. Da due anni e mezzo l’Ulster è senza governo: gli accordi del “Venerdì santo” prevedono la condivisione del potere da parte delle due comunità, ma dopo lo scontro tra Sinn Fein e Dup su un piano di energia alternativa l’Ulsterè rimasta senza guida. Cosa succederà ora con la maggioranza filo-repubblicana e cosa farà Boris Johnson nelle trattative con Bruxelles?

E ora Londra.

Così come avvenuto con il referendum, la capitale è andata in controtendenza rispetto al risultato generale. I londinesi si sono turati il naso e hanno votato Corbyn. Con l’eccezione dei due quartieri più ricchi Chelsea e la City, il resto della città si è colorata di rosso. Con la Brexit Londra deve ridefinire il suo profilo. La City è il centro finanziario più importante al mondo, per certi versi più forte anche di New York, gode di una legislazione bancaria particolarmente favorevole ma dovrà ora fare i conti con le barriere dell’Unione. Molte banche hanno già programmato di lasciare la City, altre ci stanno ragionando. Alla fine quanto peserà questa transumanza? E cosa succederà al mercato immobiliare londinese da anni in vorticosa crescita proprio per la capacità delle banche di attirare soldi soprattutto da Medio Oriente e Cina? O la City utilizzerà Malta che fa parte contemporaneamente dell’Ue e del Commonwealth, la comunità economica delle vecchie colonie di Sua Maestà?

E infine Gibilterra.

La confermata uscita dall’Ue fa deflagrare anche la questione dello scoglio più ricco del mondo, l’ultima antistorica colonia inglese in Europa. I cittadini di Gibilterra si sono espressi al 95 per cento per rimanere nell’unione europea, la Spagna già nel 2016 – dopo il referendum per la Brexit – chiese la co-sovranità su “El Penon”. Madrid non ha ancora un governo ma proprio la richiesta di sovranità potrebbe aiutare a semplificare le trattative per il nuovo esecutivo anche depotenziando il partito di destra Vox che della riconquista di El Penon ne ha fatto un punto imprescindibile del programma.

I soldi
Johnson, passata la sbornia della vittoria, dovrà pure chiarire un punto fondamentale del programma dei conservatori: chi pagherà e come l’aumento della spesa pubblica promesso in campagna elettorale e valutato in tre miliardi di sterline?
I conservatori escludono di aumentare le tre principali imposte personali soprattutto per finanziare l’aumento della spesa sanitaria e la stessa Brexit. E’ dunque necessario un aumento del debito attraverso emissioni aggiuntive di “Gilt”, i bond di Sua Maestà. Ma l’appetibilità dei Gilt è collegata alla forza della sterlina e della stessa economia inglese dopo la Brexit. Boris ha stravinto, ma sono troppe le questioni che questa vittoria ha aperto.

La sua sarà una vittoria di Pirro?

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