La voglia della squadra

Lo stabilimento Fiat di Termini Imerese

Nella politica italiana lo squadrismo è latente. Di qua e di là. In determinati momenti si manda sempre qualcuno a protestare davanti all’abitazione di qualcun’altro, davanti ai cancelli di qualche fabbrica o a presidiare qualche ufficio. Insomma se serve mandare un messaggio c’è sempre una squadra di arditi per mostrare in qualche modo i muscoli.

E così si è saputo che esiste un’organizzazione giovanile del Pdl che si chiama Giovane Italia: battesimo pubblico il presidio di uffici e concessionarie della Fiat, con il contestuale avvio di una campagna di boicottaggio della casa automobilistica torinese rea di avere deciso la chiusura dello stabilimento della Fiat di Termini Imerese. Ai giovani della Giovane Italia si sono aggiunti anche i figuri di Casapound che ne settore hanno una vasta e articolata esperienza.

A parte le valutazioni di tipo ideologiche sul liberismo interpretato piuttosto liberamente da questa giovane formazione giovanile di centrodestra – per tutti basterebbe la lettura dell’articolo di Alessandro De Nicola “I liberisti che boicottano” Il Sole 24 Ore del 31 gennaio 2010 – ciò che stupisce è il tempismo della protesta che peraltro è abbastanza fallita. Nelle ore della trattative tra governo, Fiat e sindacati i giovanotti armeggiavano di fronte ai simboli della Fiat.

E di fondo c’è sempre il male nazionale: il rapporto di amore e odio con quelli che i mai modesti francesi chiamano i <campioni nazionali>, in questo caso la Fiat. I ragazzi della Giovane Italia vorrebbero sistemarlo a modo loro questo rapporto: basta comprare prodotti della Fiat che prende i soli dello stato e fa le macchine all’estero, basta incentivi, basta sussidi. Forse avranno pensato anche, ma non lo hanno detto o almeno non è arrivato a me: nazionalizziamo la Fiat. Pari pari il pensiero di molti che militano nella sinistra, nemmeno tanto estrema.

La Fiat è madre e figlia di questo Paese: come tutte le aziende si è nutrita e ha nutrito della politica di Pantalone. Ha condizionato scelte di politica industriale, le stesse che poi l’hanno portato a un passo dal fallimento, ha subito il cerchiobottismo del <compromesso storico> e un po’ lo ha anche alimentato. Ha preso molto, ha dato. La politica italiana ha sempre ritenuto di regolare i propri rapporti con le imprese e i loro investimenti sul territorio in base a quanti osti di lavoro sarebbero stati creati (e suddivisi tra i vari satrapi locali e nazionali) piuttosto sul cosa servissero queste fabbriche e se erano utili allo sviluppo dei luoghi e del Paese. Per un miliardo di incentivi quanti posti di lavoro? Questo ha dominato l’intervento pubblico negli ultimi 50 anni: non importa che queste fabbriche spuntate qua e là abbiano desertificato vocazioni e saperi locali, non importa che abbiano trasformato artigiani capaci in operai svogliati. Posti fissi per tutti.

Tuttavia le cose non funzionano sempre in eterno: la vita media di una fabbrica di automobili è calcolata in una trentina di anni (con qualche eccezione che si paga a prezzo di importati ristrutturazioni). Nè si può augurare  un operaio di stare più di 30 anni in una fabbrica di automobili. Una fabbrica si mantiene, tra le altre cose, su un giochetto che si chiama Clup: costo di lavoro per unità di prodotto. Per fare una macchina si calcola quanto ci vuole in  termini di costo di lavoro. Gli incentivi hanno permesso di ridurre i costi di lavoro più alti nel Mezzogiorno fino a quando ci sono stati. Poi si è scoperto che il costo del lavoro per unità di prodotto continuava a essere più alto e le grandi fabbriche calate dal nord hanno cominciato dagli inizi degli anni ’80 a chiudere. Ovviamente né le imprese né la politica né i vari commentatori di turno si sono posti il problema di capire che forse quel sistema andava modificato che c’era forse un modo per abbassare strutturalmente il Clup. Però era più complesso e poco reddittizio: gli interventi strutturali rendono dopo molti anni e a beneficiarne nell’urna potrebbero non esserne i promotori. E quindi meglio lasciare stare. Le imprese poi notoriamente non hanno cuore ma solo portafoglio, meglio se in Svizzera.

Ci si accorge che gli anni, tanti sono passati, e che stabilimenti che su quel modello sono stati realizzati non sono più gestibili. La Fiat lo sta dicendo da anni: Termini Imerese non ha prospettive. Certo il problema è molto grave. Migliaia di famiglie rischiano di rimanere senza reddito in una zona che non offre molto altro. Eppure sono passati anni senza cambiare nulla. Ogni tanto arriva qualche mancia e via così.

Salvo a svegliarsi e capire che tra poco la giostra si ferma. Ma la ricetta l’hanno i ragazzotti della Giovane Italia: boicottiamo la Fiat. L’idea non è nuova e ha pure un suo fascino. Ora a parte che gli incentivi per il mercato la Fiat li ha presi in ragione del venduto (a dicembre 2009 33% Fiat, 67 resto del mondo). Purtroppo non funziona. A meno di dare altri soldi a fondo perduto. E ritrovarsi tra dieci anni nella stessa situazione. Magari cambierà il colore degli squadristi d turno.

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