Le arance nere della piana di Gioia Tauro

Rosarno

Giovanni Maria Mira in un editoriale oggi su L’Avvenire rileva la differenza tra il modo di trattare gli immigrati a Rosarno e in Val di Non: stesso lavoro (stagionale in agricoltura), stessa origine (Africa) ma due storie diverse.

Ma non è su questo che voglio soffermarmi (lo fa molto bene Mira). Voglio aggiungere un particolare. Ci dicono che lo sfruttamento di immigrati e non è <quasi reso necessario> dai bassi prezzi imposti dalla distribuzione e dalla grande distribuzione agli agricoltori. La stessa musica vale per i  ragazzi dei call center e, in genere, per tutta una serie di attività stagionali (dove stagionale significa sia parte dell’anno, sia parte della vita: nessuno penserebbe di stare in un call center tutta la vita! almeno ci spera!).

Io credo che non sia così. E lo dimostra la storia raccontata da Mira delle mele della Val di Non. La questione è un’altra, ed è vecchia: la distribuzione del reddito in questo Paese ha privilegiato negli ultimi anni le rendite e i profitti e non il lavoro.

Perché, per esempio, il numero delle case sfitte non fa diminuire in modo apprezzabile i prezzi di vendita e locazione? Perché lo Stato continua a finanziare direttamente imprese che producono profitti? Perché la tassazione sui profitti e sulle rendite è inferiore a quella abnorme sul lavoro?

Non è un tema di sinistra: la sinistra al governo ha fatto peggio della destra (la grande idea dell’ex ministro del Lavoro Damiano sui call center dove se l’operatore telefona è un lavoratore autonomo perché <modula la prestazione> se la riceve la telefonata è dipendente!) e la destra vuota di idee fa l’eco ai rampanti più periferici di Confindustria.

Ora la vicenda di Rosarno è più semplice di quello che pare: ci sono imprese che hanno grandi estensioni di terreno (aranceti) e che vogliono manodopera da pagare poco e che non crea problemi (almeno fino a l’altro ieri) e soprattutto che, fatto il lavoro, sparisce. Poi il grosso del guadagno (che c’è) deve finire nelle tasche giuste.

Facciamo due conti. Un immigrato pagato 20 euro al giorno quanti quintali di arance raccoglie, a che prezzo vengono vendute? Quant’è la differenza tra i costi e l’incasso? Cifre a tre zeri.

Ci accorgiamo oggi di Rosarno, come ci siamo accorti di Villa Literno con Jerry Masslo, o dei disgraziati trovati morti a Foggia qualche anno fa. Ma non abbiamo la forza di capire che il problema va visto dalla radice. C’è una legge, va rispettata. Da tutti: dalla Val di Non a Rosarno. Agli immigrati si chiede di parlare italiano e di rispettare la nostra cultura, si chiede di rispettare le nostre leggi. Ma quando una nostra legge prevede un loro diritto allora non vale.

Mio nonno paterno (che non ho conosciuto) dopo la Grande Guerra (ferito sul Piave) lasciò moglie e figli (mio papà e due fratelli

) e approdò a Ellis Island:  mio padre non mi ha mai parlato di un uomo sfruttato e trattato come una bestia. Mi ha raccontato delle immense difficoltà che ha incontrato, del lavoro umile affrontato con la dignità che solo un contadino lucano poteva avere, del desiderio di abbracciare la famiglia.

Cosa racconteranno i figli degli immigrati di Rosarno ai loro figli?

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