L’ipocrisia del giorno dopo, senza l’olio tunisino nel 2015 l’insalata senza condimento!

L’ipocrisia del giorno dopo, senza l’olio tunisino nel 2015 l’insalata  senza condimento!

L’ipocrisia del giorno dopo, senza l’olio tunisino nel 2015 l’insalata senza condimento!

  • Posted by Gianni Molinari
  • On 2 Febbraio 2016
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La Tunisia vive una fase difficilissima: da un lato la transizione dalla “rivoluzione  dei ciclamini” verso uno stabile sistema democratico è più lunga, contrastata e difficile di quanto si pensava, dall’altro il ruolo dell’Isis (la Tunisia è considerato il paese che ha dato più foreing fighters) con gli attacchi dei terroristi dell’Isis al museo del Bardo e al resort di Sousse, che hanno allontanato i turisti dal paese, e la presenza di campi di addestramento nel deserto.

Di fondo una crisi economica che ha fatto impennare la disoccupazione, soprattutto quella giovanile. E appunto i giovani sono scesi nelle strade nelle ultime settimane; molti hanno abbracciato la causa dell’Isis.

Eppure la comprensione di quanto succede a 200 chilometri dall’Italia si limita alla solidarietà diffusa via social dopo gli attentati. Quando si passa ai fatti, allora le cose cambiano.

Così in questi giorni il Parlamento Europeo ha dato il via libera all’ingresso in Europa di 35mila tonnellate di olio tunisino, a dazio zero, sul mercato Ue.

Si tratta addirittura di meno di 70 grammi di olio tunisino “senza dazio” per ciascuno degli 508milioni di abitanti dell’Unione a 28 stati!

D’un tratto è sparita la solidarietà e si è gridato all’invasione dell’olio tunisino e alla minaccia per l’olivicoltura italiana.

Si sono segnalati politici vecchi e nuovi, illuminati (in passato) e spenti, autarchici della prima ora e anche quelli di vecchia data che negli ultimi venti anni avevano indossato il doppiopetto del finto liberismo.

Ovviamente in prima fila le organizzazioni professionali agricole con la Coldiretti e il suo ineffabile ufficio studi pronto a trovare qualche numero utile, come quelli diffusi a Natale e Pasqua sulle bottiglie di spumanti stappate.

L’olio tunisino purtroppo non danneggia, come millantato, l’olivicoltura italiana, che si danneggia da sola per le non scelte di 60 anni (basta guardare gli oliveti dell’Andalusia avendo voglia di capire qualcosa…) che hanno visto protagoniste nel ruolo di guardiane dello status quo le organizzazioni agricole a cominciare dalla Coldiretti (come il piano Mansholt affondato negli anni ’70 grazie al peso dell’organizzazione nel governo e nella Democrazia Cristiana). Quanto alle ipoteizzate possibili frodi, beh in quelle sono specializzati gli italiani, basta dare una scorsa ai giornali!

I problemi strutturali del settore olivicolo vengono da altre parti: anzitutto l’eccessiva frammentazione della superficie coltivata (il 38% delle aziende ha meno di un ettaro!, mentre appena il 20 ha più di 5 ettari!), poi solo il 2-3% del totale è certificato (11mila tonnellate), pur avendo l’Italia il 40% dei marchi riconosciuti dall’Ue, cioè c’è la corsa a dire che siamo bravi ma non abbiamo il prodotto!

L’Ismea, (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), segnala che  “la produzione olivicola tunisina, in base alle ultime stime Coi, potrebbe risultare più che dimezzata rispetto alle 340mila registrate nella campagna precedente”. Cioè nel 2016 la Tunisia produrrebbe solo 170mila tonnellate!

 

 

Di converso l’Italia consuma (580mila tonnellate) più olio di quando ne produce. Quindi, è naturalmente mercato di destinazione.

L’Italia è una corazzata nel mercato dell’olio: è il 2° produttore mondiale, il 1° importatore e il 2° esportatore, ma il fatturato dell’industria olivicola è appena il 3% di tutto il fatturato dell’industria alimentare!

In questo scenario il 2016 sarà un anno di grande produzione per l’Italia, le 35mila tonnellate tunisine si sparpaglieranno tra i 28 paesi dell’Ue (sia pure con pesi diversi e l’Italia ne riceverà forse di più).

Questa storia mostra la cecità di un Paese pronto a impietosirsi per le stragi dei migranti e chiedersi perché la gente scappa dalla povertà e poi chiudersi nel proprio guscio non appena quella solidarietà da proclamata deve diventare praticata.

 

 

 

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