Stop turismo e pesce, l’Islanda rischia il crac

L'Islanda è di nuovo sull'orlo del precipizio finanziario

L’Islanda, stato da 338mila abitanti,  è di nuovo sull’orlo del precipizio finanziario: il calo dei turisti e delle esportazioni di prodotti ittici allungano un’ombra sinistra sull’economia islandese.

L’allarme è dell’Ocse che ha presentato a Reykjavik il rapporto annuale sull’economia del paese.

Il paese gode di finanze pubbliche sostenibili, elevata occupazione e uno dei livelli più bassi di disparità di reddito dei paesi OCSE
La mancanza di riforme strutturali ha tuttavia lasciato l’Islanda fortemente dipendente da settori volatili.

Il turismo è cresciuto a gonfie vele negli ultimi dieci anni, superando l’alluminio e la pesca è rappresenta il 40% della bilancia dei pagamenti con l’estero e il 10% del Pil, ma si è bloccato dopo il fallimento Wow Air. Anche le esportazioni di frutti di mare sono in calo.

Dopo diversi anni al di sopra del 3%, l’Ocse prevede che la crescita del Pil islandese scenderà allo 0,2% nel 2019 prima di rimbalzare al 2,2% nel 2020.

Tutto questo a pochi anni dai contorcimenti dell’affaire Icesave quando 350mila risparmiatori inglesi e olandesi si trovato coinvolti nel default della banca Landsbanki che controllava appunto la banca on line Icesave. Defaul che trascinò l’Istlanda nella peggiore crisi della sua storia.

Ora siamo punto e accapo?

La ripresa dell’Islanda dalla crisi finanziaria per raggiungere alcuni dei più alti standard di vita dei paesi Ocse è stata notevole. È un bell’esempio di come un’economia robusta possa coesistere con una società egualitaria – ha detto il segretario genereale dell’Ocse, Gurria – Tuttavia, questo rallentamento mostra che ora è il momento di fare riforme strutturali e di aprire ulteriormente l’economia. L’Islanda dovrebbe concentrarsi sulla riduzione della burocrazia e delle restrizioni agli investimenti esteri.

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