Noi & l’Europa: ma cosa contestiamo alla Ue?

Ora che i Britons hanno scelto il “leave” si può ragionare meglio sulle ragioni del “no” all’Europa.

O si può cercare almeno di capire quali sono.

Nel dibattito sul referendum inglese sul “leave or remane” erano chiare alcune cose:

  • il “leave” contestava l’estensione ai cittadini Ue, soprattutto a quelli provenienti dai paesi del vecchio blocco comunista, del sistema di welfare senza il bilanciamento della partecipazione ai gravami della comunità (imposte, regole, doveri). Per il “leave” in Gb l’insieme dei comportamenti da “free rider” (di Hirschmaniana memoria in Exit, Voice, and Loyalty), oltre a essere moralmente inaccettabile, non è economicamente sostenibile.
  • per Farage, Boris Johnson & co.  il contributo Uk all’Ue è superiore a quanto l’Ue restituisce al Regno Unito
  • il “leave” rivendica l’esclusione del Regno Unito dalla ripartizione dei migranti
  • e, infine, la curiosità della protesta contro l’aliquota Iva applicata agli assorbenti che molto ha caratterizzato la parte folkloristica del dibattito e che introduce tutto l’aspetto sulle norme che l’Europa impone agli stati membri, che spesso hanno – soprattutto grazie a un’informazione banale e superficiale – sconfinato nell’ilarità generale (p.es la storia del divieto di usare la legna per cuocere la pizza, totalmente infondata).

Non c’è traccia, almeno non c’è traccia rilevante, della protesta contro la cosiddetta “politica di austerity imposta dalla Merkel” che, invece, caratterizza il dibattito anti-Ue nell’Europa mediterranea. Ovviamente non c’è traccia perchè Londra non aveva l’Euro e, quindi, non doveva rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht sulla moneta unica che sono il principale bersaglio degli anti-euroisti.

Non c’è stato nel dibattito inglese alcun peso per esempio alla libera circolazione dei capitali che vede in Londra la piazza europea per eccellenza: l’11% del Pil inglese è di origine finanziaria e di capitali che vengono gestiti per conto dell’intero continente. Come pure – a proposito di free rider – non c’è traccia del peso (negativo) che Uk ha esercitato sulla regolamentazione delle transazioni finanziarie, tipo Tobin tax (nella versione dell’economista americano e non in quella appezzottata degli antiglobalist), azione che ha portato vantaggi agli isolani e svantaggi al continente.

Quello di cui non si è parlato in Uk è, invece, all’opposto il centro del dibattito dell’Europa latina (giacchè quella nordica si concentra su altro, cioè gli immigrati).

All’Europa latina (Italia, Spagna, Grecia e pure ai malpancisti francesi) non va giù la politica economica dell’Ue “ispirata dalla Merkel”.

E qual è la politica economica della Ue? L’odiatissima politica della Ue è l’odiatissimo 3%.

3% di cosa? Ecco, proviamo a chiedere in giro cos’è questo 3%, cosa significa, quanto vale, che rapporto è, chi lo paga.

Il 3% è la soglia massima (ma flessibile) che il trattato di Maastricht che avviò l’Unione monetaria e poi l’Euro indicò come barriera per il disavanzo del bilancio di uno Stato poteva avere. Cioè quanto in più poteva spendere rispetto a quanto complessivamente incassa la finanza pubblica.

Meglio ancora quanta parte di altro debito uno Stato avrebbe potuto contrarre attraverso gli strumenti della finanza pubblica per pagare spese eccedenti la sua capacità di cassa.

Debiti, dunque si parla di fare debiti, altri debiti.

Ma i debiti generano interessi: l’Italia paga – più o meno – una novantina di miliardi all’anno per gli interessi del suo debito monstre di 2.230 miliardi (aprile 2016), avendo pure avuto la fortuna del taglio enorme dell’aliquota degli interessi proprio grazie all’entrata prima nell’Unione Monetaria e poi nell’Euro.

Gli anti-euro sostengono che bisogna rinegoziare il debito. La Grecia – loro non lo sanno perché le relative ricerche su Google si fanno in inglese, lingua praticata poco dai conversatori dei salotti nostrani – lo ha già tagliato ai privati nel 2012 in modo rilevante (allungando per il rimanente le scadenze), altro ne taglierà nel futuro.

Non pagare i debiti significa che qualcuno che ci ha messo i risparmi ne perde una quota (i bond greci furono tagliati del 50%).

I bond italiani sono detenuti per circa un terzo da “investitori nazionali non bancari”, ma non è che quelli detenuti dalle “banche nazionali” (circa un altro terzo) siano figli di nessuno. Sempre in prodotti finanziari ceduti ai consumatori stanno.

Avere una moneta unica significa avere la base monetaria in comune (cioè l’insieme di tutte le banconote, gli spiccioli e gli altri mezzi di pagamento) che va governata (e lo fa la Bce): giocare con l’emissione della moneta, significa giocare con l’inflazione che mangia il potere di acquisto come se resiste la memoria si ricorda chi c’era a cavallo degli anni ’80.

E oltre a questo cosa non ci piace dell’Europa???????

E siamo sicuri che quello che non ci piace sia riconducibile all’Europa?

Cioè se non ci piacciono i migranti in mezzo alla strada, la colpa è dell’Europa?

Se non ci piace l’alea sulle pensioni la colpa è dell’Europa?

Se non ci piace l’università imbottita di Baroni, baronetti e amanti, la colpa e dell’Europa?

Se non ci piacciono le strade sporche, la colpa è dell’Europa?

Vado avanti?

O l’Unione Europea è quel contenitore nel quale popoli che hanno fatto di tutto per scannarsi hanno trovato un, pur rabberciato (ma fino a un certo punto), modo di stare insieme?

 

Ps: chiedo scusa, ho provato a banalizzare tutto a livello da bar dello sport per avvicinarmi il più possibile alla discussione in atto. Se non ci sono riuscito è perché non riesco del tutto a imitare il mio nuovo idolo: Carlo Sibilia, il padre della “bareconomics”, la fusione della scienza economica della Gialappa’s nel Bignami dell’Economia Politica (per giurisprudenza), passando per la Trilaterale e Bilderberg.

Se non ci sono riuscito è perché sono ancora appestato dall’aria pesante di via Partenope 1, dove in cento entravamo ma solo in 18 uscivamo con la bolla!

 

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