“Puzza di servi”, l’anatema evergreen di zio Karl

A un certo punto della sua esistenza, dopo che nessuna università tedesca gli aveva dato una cattedra e la famiglia, stanca di sopportarlo gli aveva tagliato i fondi, Karl Marx si diede al giornalismo.  Forse proprio ricordando questo episodio, qualche decennio più tardi Massimo D’Alema coniò il fortunato aforisma “fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”.

Ma torniamo a Marx. Trovò lavoro – come del resto è successo inseguito a molti suoi epigoni – in un giornale di Colonia dove durò più o meno sei mesi e dopo uno scontro con il censore prussiano si licenziò lanciando uno degli anatemi, implictamente più usati nella polemica contemporanea contro il mondo dei media:

Qui basta respirare l’aria per diventare servi

L’episodio è raccontato da Sylvia Nasar in Grand Pursuit, (trad. in italiano L’immaginazione economica, Garzanti) un bellissimo libro che legge il grande pensiero economico dell’ ‘800 e del ‘900  da Marx a Schumpeter, da Marshall a Keynes, da Hayek a Friedman, fino a Samuelson e Amartya Sen.

Le redazioni dei giornali, come ogni altro posto organizzato di questo Paese, sono la rappresentazione della nostra comunità che, per molti versi è piena di servi a vario titolo.

Nelle redazioni c’è una qualità particolare: i servi non richiesti che sono soliti fare più danni che altro.

Da Marx in poi “servo” è la parola – insieme a prezzolato – quella che nella diatriba accompagna quella di giornalista.

Ognuno parla per sè.

Ma in genere quelli che definiscono servi gli altri, sono stati i migliori servi di qualsiasi padrone. Bastava stare al guinzaglio.

Gli ex qualcosa sono sempre i peggiori. Pur di riparare al peccato originale devono dimostrare di essere puri e casti e vanno abbondantemente oltre il richiesto.

 

 

 

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