Retributivo e contributivo

Museum Frieder Burda

Durante Ballarò di stasera (29 novembre 2011) è venuto fuori il timore di quei lavoratori  la cui pensione, con le regole attuali, dovrebbe essere calcolata con il metodo retributivo. Il loro timore è che nell’ennesima manovra di aggiustamento dei conti dello Stato il metodo retributivo possa essere sostituito ope legis con il sistema contributivo.

<E’ un mio diritto, lavoro da 30 anni, non si possono cambiare le regole durante il gioco>.

Qual’è questo diritto e perché il sistema retributivo è ritenuto così nefasto per le casse dello Stato e soprattutto per coloro che il 1 gennaio del 1996 non avevano anzianità previdenziale o non erano nemmeno nati?

Secondo il sistema retributivo la pensione è rapportata alla media delle retribuzioni (o redditi per i lavoratori autonomi) degli ultimi anni lavorativi e si applica ai lavoratori con almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995.

Il sistema contributivo si applica ai lavoratori privi di anzianità contributiva al 1° gennaio 1996 e tale sistema di calcolo si basa su tutti i contributi versati durante l’intera vita assicurativa.

Molto superficialmente il primo è rapportato a quanto hai guadagnato, il secondo a quanto hai versato. La differenza non è piccola. Durante Ballarò è stato mostrato il caso di una donna che con il sistema retributivo avrebbe percepito 2.700 euro, con quello contributivo 1.400 euro.

In sostanza con il retributivo non ricevi per quello che hai <messo da parte> ma in ragione di quanto hai già guadagnato: lo squilibrio tra quanto hai versato e quello che prendi è considerevole ed è lo Stato, cioè la collettività di chi lavora e mantiene il sistema a pagare la differenza.

Ma. Ma la vita si è allungata e sostenere queste pensioni per 25-30 non è più possibile perché il rapporto tra attivi e inattivi è cambiato a sfavore dei primi e gli istituti di previdenza vengono finanziati dalla fiscalità generale e non più esclusivamente dai contributi degli attivi.

Il sistema retributivo genera debito sulle prossime generazioni ed è sempre crescente.

Il sistema contributivo fotografa la capacità (e la possibilità) di produrre reddito. E siccome si capisce subito che genererà pensioni modeste si è  pensato di rafforzarlo con la cosiddetta previdenza complementare.

La previdenza complementare dal canto suo chiede accantonamenti ulteriori che si fanno riducendo il risparmio (ma la previdenza complementare è essa stessa una forma di risparmio sia pure particolare) o i consumi.

Perché? Perché per costruire un “castelletto” adeguato servono soldi e i soldi vanno pescati nel reddito disponibile che per questo diminuisce,  diminuendo i consumi.

E’ da aggiungere – giusto per completare il già complesso quadro – che proprio dagli anni della riforma Dini i contratti di lavoro hanno subito tagli e che per le stesse mansioni il salario di lavoratori anziani e giovani è molto differente (a svantaggio dei secondi) e che l’ingresso nel mercato del lavoro negli ultimi 15-20 avviene in età più avanzata (per questo i contributi versabili sono in partenza già tagliati).

Per questo i lavoratori con meno di 50 anni avranno pensioni più basse, hanno un reddito disponibile ridotto e sono più incazzati perché tirano il carro – diventato più pesante – e hanno la certezza che non vi potranno salire.

Per questo è indispensabile una operazione di equità. Ma non c’è altra strada.

Il contributivo deve essere esteso a tutti.

E chi oggi è nell’area del sistema retributivo non può dolersi. Non perde nulla di quello che ha versato, perde quello che altri avrebbero dovuto versargli.

Come ha detto il preside della facoltà di giurisprudenza della Luiss <ha fatto una scommessa con lo Stato che ora rischia di perdere>.

Si avrà il coraggio di allineare tutti al contributivo?

Lascia un commento