Ricchi & poveri

Ricchi & poveri

Ricchi & poveri

  • Posted by Gianni Molinari
  • On 16 Gennaio 2017
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Cominciamo la giornata (16 gennaio 2017) – e la settimana – con il rapporto di Oxfam che ci informa di quanto segue:

  1. Oggi otto persone possiedono tanto quanto la metà più povera dell’umanità
  2. Dal 2015 l’1% più ricco dell’umanità possiede più ricchezza netta del resto del pianeta
  3. Un AD di una delle 100 società dell’indice FTSE guadagna in un anno tanto quanto 10.000 lavoratori delle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh
  4. Negli Stati Uniti, secondo le nuove ricerche condotte dall’economista Thomas Piketty, negli ultimi 30 anni i redditi del 50% più povero sono cresciuti dello 0%, mentre quelli dell’1% più ricco sono aumentati del 300%
  5. In Vietnam la persona più ricca del Paese guadagna in un solo giorno più di quanto la persona più povera guadagna in 10 anni

Infographic: The World's Staggering Wealth Divide | Statista
You will find more statistics at Statista

Naturalmente Oxfam propone una sua visione e anche una serie di soluzioni.

Il tema è quello della creazione e della redistribuzione della ricchezza.

Entrambi perni dell’economia capitalista. Entrambi sancta sanctorum della polarizzazione del dibattito nell’opinione pubblica.

A scandalizzarsi  di fronte a questi numeri ci vuole poco (per la verità la fanteria della tastiera ci mette poco a opinare senza opinioni su tutto), a trovare le soluzioni un po’ di più.

Perché la creazione della ricchezza nel nostro tempo ha prevalentemente a che vedere con i monopoli e la redistribuzione ha a che vedere con la trasmissione della ricchezza, cioè l’eredità.

Nel primo caso la lotta ai monopoli – e agli oligopoli ma anche ai monopsoni e oligopsoni – è l’attività più universalmente proclamata e quella più goffamente praticata.

I monopoli e gli oligopoli (con i cugini monopsoni e oligopsoni) sono molto più diffusi di quello che si ritiene: in genere dove ci sono asimmetrie informative c’è il terreno del monopolio.

Il monopolio – e associati – produce una condizione di impareggiabile favore: la determinazione del prezzo a prescindere dal mercato.

Se io sono l’unico a vendere ravanelli, decido il mio livello di profitto e adeguo in prezzo in relazione a quanto voglio guadagnare. E tu il ravanello lo compri solo da me o cambi ortaggio, posto che il mercato degli altri ortaggi non abbia caratteristiche simili.

Ci sono poi i monopoli naturali che inglobano una serie di condizioni a parte (le autostrade per esempio!).

Il finto libero mercato americano è il regno dei monopoli e associati: Val-Mart, Google, Apple, Microsoft per citare i casi più noti.

L’Italia vive di monopoli e ama i monopoli.

I monopoli (e associati) si scardinano con le regole. Le regole le impone lo Stato.

Per esempio si limitano le quote di mercato, si impone l’obbligo di distribuzione dei servizi anche nei territori dove non c’è profitto, si impone di condividere i codici dei sistemi informativi e così via dicendo.

L’Italia, per esempio, paga (in soldi buttati, disservizi presenti e pensioni anticipate) la stagione dei monopoli pubblici: però ognuno di quei mercati (Tlc, energia in particolare) liberati dalla logica monopolista statale hanno prodotto efficienza, modernità e complessivamente occupazione.

Qualcuno ha avuto un’idea in questi mercati liberati e ha fatto un sacco di soldi: buon per lui.

Ma c’è anche un’altra questione: il commercio internazionale, o come si porta ora, la globalizzazione.

Viviamo in un mondo interconnesso nel bene (il progresso, la tecnologia, la rivoluzione verde…) e nel male (le crisi regionali che diventano planetarie, le crisi finanziarie…): c’è in giro una gran voglia di isolarsi, di alzare muri di cemento e barriere doganali, di isolarsi, diciamo un po’.

E’ la risposta alla “prepotenza” della Cina, forse al crollo di qualche altro mutuo subprime, al debito pubblico italiano.

Predicata nelle piazze (in Italia il primo fu Tvemonti contro la Cina e l’allora ministro cinese del commercio rispose sarcastico che per una fusoliera importata dall’Italia, la Cina esportava un numero quasi infinito di mutande….) è poi passata nella politica con i movimenti cosiddetti “populisti” fino al referendum inglese vinto dalle campagne contro le città la cosiddetta Brexit (che per ora – 16 gennaio 2017 – è solo proclamata giacché dopo il voto la Gran Bretagna ha fatto tanto parlare ma è rimasta al suo posto nell’Ue sperando di fare una trattativa per tenersi i vantaggi e allontanarsi dagli obblighi!).

La storia – materia affascinante quanto sommariamente praticata – però insegna che i mercati chiusi generano inefficienze, arretratezza tecnologica e soprattutto avvantaggiano produzioni arretrate.E naturalmente producono un’enorme distorsione sia nell’uso delle risorse sia nella distribuzione del reddito.

Per esempio – e per attirarmi un po’ di contumelie – i nostalgici del Regno delle Due Sicilie ricordano sempre della fiorente industria dei Borbone. Omettono – o non sanno – di ricordare la generosa politica doganale di quello Stato (naturalmente il Piemonte si è anche molto approfittato, perché comunque nell’alleanza con i ceti meridionali fondiari garantendo loro le comode rendite, ha di fatto privilegiato la propria industria) che di fatto con il protezionismo e i monopoli isolava quell’industria dal mondo.

Oggi di isolato, nonostante muri, muretti e ritorni di fiamma protezionistici, non c’è più nulla.

Però i mercati chiusi pur proteggendo occupazione inefficiente alla fine portano più soldi a chi già ne ha.

E qui c’è il secondo tema: quello della trasmissione della ricchezza.

Anche se il capitalismo italiano ne costituisce spesso un pessimo esempio, è meglio nascere in una famiglia ricca che in in una povera (Catalano dixit): ora posto che quelli che parlano di esproprio proletario sono quasi estinti, è del tutto evidente che interventi profondi vanno di corsa messi in cantiere.

Non è comunismo, paradossalmente, è il pensiero liberale: una società non può reggersi e avere una continuità se ci sono pezzi dell’economia “bloccati” o, come nel caso del mercato immobiliare e fondiario, basati esclusivamente sulle rendite.

Naturalmente occorre maneggiare questa materia con prudenza, ma imporre imposte di successione importanti sui patrimoni importanti è una strada ampiamente praticabile.

Non si tratta di imporre imposte di successione sui patrimoni frutto di operose vite di lavoro,  ma oltre i dieci milioni di massa ereditaria (e dieci milioni è già tanto!) bisogna intervenire perché lo Stato deve dare pari condizioni a tutti.

Altrimenti è la savana dove il leone decide e il resto della comitiva deve solo calcolare il tempo che gli resta prima di finire tra le fauci del leone.

E una società così polarizzata (pochi ricci da una parte, una classe media in affanno nel mezzo, e molti poveri dall’altra) non serve nemmeno ai ricchi!

Infine dopo lo sdegno per gli otto ricchi sfondati, i paperini italiani, e il riccone vietnamita: siamo disposti a mettere mano ai monopoli e alle imposte di successione?

Ah però io non voglio altri negozi di vestiti vicino al mio, ah però quei contributi Ue per non produrre niente, ah però quegli uffici aperti due ore con dieci persone.

Ah però questi inglesi di Oxfam!

Che hanno scritto il loro bel rapporto con “il contributo finanziario dell’Unione Europea nell’ambito del progetto ‘Mobilizing European Citizens to place inequality and tax justice at the heart of the European development agenda during EYD 2015 and beyond”.

Ma non c’era la Brexit!

Buona settimana!

 

 

 

 

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