Siamo davvero i migliori?

Una di queste mattina a Radio1 mi è capitato di incrociare la trasmissione “Pensiero del giorno” e di ascoltare il pensiero di  Monica Mondo, presentata come giornalista e autore tv.

Era mattina presto e mi ha incuriosito tantissimo anche perchè l’argomento, all’inizio, sembrava il programma prossimo della mia giornata: doccia, caffè, vestiti….

Poi però, mentre ero ancora indeciso se mettere i piedi a terra o trattenermi ancora qualche minuto a letto, ho cominciato a provare fastidio. Ho, quindi, aspettato il podcast e ho riascoltato più volte il “Pensiero”, l’ho pure trascritto.

Che merito abbiamo? Perché abbiamo il privilegio di fare una doccia calda, accendere la macchinetta del caffè, affogarci i biscotti? Poi sceglierci i vestiti adatti alla giornata, calzare scarpe comode, sapere quel che accade nel mondo, avere sotto casa una auto o un autobus che ci portano dove vogliamo. Potersi fermare in un bar, assaporare un altro caffè e persino un dolcetto.

Perché noi sì? Siamo davvero i migliori? E la sfortuna tocca i peggiori?

Già i popoli antichi sentivano l’ingiustizia di questo pensiero.

Allora è impossibile non essere grati, non guardare a chi non ha molto di quel che abbiamo. Non per intristire il cuore proprio all’inizio di un mattino nuovo, ma per sottolineare ciò che vale, spalancare la mente, allargare lo sguardo e gustare ogni attimo, ogni cosa, svelarne il sapore grande, nascosto.

L’abitudine e l’indifferenza tolgono aria alla vita.

Per lirica e temi mi è venuta in mente una poesia molto new age “Lentamente muore” di tal Martha Medeiros, poesia che l’ignoranza generale attribuisce a Pablo Neruda, e che ha avuto un’inaspettata fortuna avendo finanche l’onore di essere usata da Clemente Mastella (anche lui attribuì a Neruda i versi citati) nel discorso che spedì alle docce  il secondo governo Prodi.

C’è un filone della lirica a “bocca aperta”, dello stupore di chi si sveglia e improvvisamente scopre la realtà che lo circonda e che poi usa queste sensazioni come grimaldello per cambiare passo, della lettura della banalità come elemento di genialità.

Perché c’è chi ha la doccia calda e chi? Perché c’è chi scegliere i vestiti e chi no?

I migliori e i peggiori, i fortunati e gli sfortunati: la fatalità usata come algoritmo per leggere il nostro tempo.

Non c’è peggior lezione di quella che si conclude con l’inno al fato.

Mi guardo indietro e vedo netti i volti scolpiti dalla fatica, le mani spaccate dal lavoro, gli occhi incavati.

Gente che ha combattuto la propria lotta, ha percorso il proprio tempo e ha lasciato un testimone.

Ecco questa è la gente che ci ha permesso l’acqua calda e il caffè e pure che ci potesse essere l’auto sotto casa o l’autobus.

Mi ha detto una volta un imprenditore di seconda generazione: “Papà ci ha lasciato tutto questo che vedi. Ma che senso avrebbe avuto spostare il bicchiere da una parte all’altra. Il nostro obbligo era fare qualcosa di più”.

“Gustare ogni attimo”è un po’ poco.

 

 

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