Troppo e poco

Spendere meglio è possibile?

Agli inizi degli anni 90 quando sull’onda di Tangentopoli si erano aperti spazi che qualche anno prima parevano impossibili Luca Meldolesi scrisse un volume “Spendere meglio è possibile” (Il Mulino, 1992) in cui affrontava il tema della spesa pubblica e del ruolo dello Stato usando categorie del pensiero fino ad allora sconosciute all’analisi economica. In particolare in uno dei saggi raccolti, Mezzogiorno con gioia si pose un interrogativo “E se la spesa statale facesse anche male al Sud? E se si fosse verificato una specie di crowding out (spiazzamento) tale che l’attrazione esercitata dalla spesa pubblica (tramite assunzioni scarsamente produttive, intrigate gare di commesse e si appalti, commissioni… d’intermediazione, ecc.) avesse distolto una parte delle migliori risorse imprenditoriali e professionali da attività profittevoli?”.

In quei mesi tutto sembrava in discesa: si poteva finalmente parlare di merito, di centralità del mondo della produzione, di efficienza, di risultati. Quelle pagine fecero il giro del Paese, i giornali ne scrissero, la politica sembrava essere affascinata dall’uomo e dalle sue idee.

Ma cosa raccontava Luca Meldolesi? Raccontava una cosa banale: il Sud doveva rimboccarsi le maniche e <pensare l’impensabile>. Poche erano le cosa che Meldolesi suggeriva. Poche, ma dirompenti. Eppure in tanti lo cercavano: una politica di liberalizzazione, di delegificazione, di depubblicizzazione dell’economia, d’intermediazione finanziaria e di automatizzazione dell’intervento pubblico. Il suo assillo era: ridurre le aree di discrezionalità della pubblica amministrazione.

<Solo una vera liberalizzazione può dare spazio (anche psicologico) – scriveva Meldolesi – alle forze imprenditoriali meridionali, soprattutto a quella delle aziende medie e piccole da cui tipicamente dipende il risanamento della struttura sociale e produttiva>.

Cosa è rimasto di quelle intuizioni? Non voglio rispondere: in parte perché sono parte in causa (in quegli anni collaboravo con le ricerche di Luca Meldolesi e, quindi, la mia osservazione è viziata) e poi perché il punto non è questo.

Meno Stato, più mercato?

A distanza di 20 anni in realtà per l’Italia, non solo per il Sud, resta immutata la questione centrale del ruolo pubblico nell’economia. Sono cambiate maggioranze, partiti sono scomparsi e comparsi ma nessuno ha davvero voluto affrontare il problema dei problemi: il peso diretto del <pubblico> nell’economia. Le decisioni – non di regolazione – prese nei vari <Palazzi> determinano un circuito economico che non ha nulla delle caratteristiche dell’economia moderna: la discrezionalità, alla faccia di un corpus normativo asfissiante (che alimenta contenzioso che genera a sua volta altra distribuzione di onorari a categorie protette da ordini e tariffari che valgono solo quando paga Pantalone), è quasi totale. La frase più ricorrente è <la volontà politica>. Così serve la <volontà politica> per decisioni che altrove sarebbero soggette solo alla regolazione e che invece in Italia sono materia di intervento diretto del Pubblico. Meldolesi descrisse un sistema <paretiano>, perfetto che si basava solo sull’automatizzazione dell’intervento pubblico. C’è una norma, rientro nelle sue previsioni, mi tocca senza ringraziare nessuno. Tutto sta lì: la crescita lenta, l’attrazione degli investimenti, la competitività: serve quello che Meldolesi chiamava <intervento automatico e indiretto>. Certo ci sono effetti politici collaterali. Il primo dei quali è che bisogna riorganizzare la raccolta e la gestione del consenso: senza i favori, senza l’adesione al <progetto politico> il consenso si organizza attraverso le idee, attraverso  rapporti chiari e politici con l’opinione pubblica e i corpi sociali intermedi. E’ un po’ più complesso e probabilmente potrebbero cambiare alcuni equilibri. Ma la strada per ridare slancio all’Italia e svegliare il Mezzogiorno non può che essere quella.

C’è qualcuno disposto a percorrerla?

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