Saldi, il gioco delle tre carte a spese della concorrenza

Pronti? Partenza, via! E’ cominciata la zuffa dei saldi estivi che interessano sempre meno i protagonisti principali (clienti e merci) e sempre di più il codazzo (associazioni di categoria e dei consumatori, giornalisti in cerca di improbabili titoli, personaggi in cerca di autore).

I saldi sono un retaggio di un mondo che non c’è più: il commercio in mano a poche mani.

Allora funzionava così: si sparavano i prezzi sugli articoli  di stagione e, poi graziosamente sull’invenduto, si abbassava (ma a volte nemmeno tanto) il ricarico e, quindi i prezzi. Già perché i saldi al 50-60-70-80 per cento riguardavano l’invenduto storico che giaceva da anni nel fondo dei magazzini, stipato appunto per portare denaro facile facile.

Una specie di graziosa concessione del signorotto al popolo.

A Natale l’operazione assumeva le sembianze di una sorta di pedaggio al reddito dei signorotti: prezzi stragonfiati che sono la corsa al regalo natalizio, vera e propria patologia, riusciva a non vedere.

Poi sono venuti i centri commerciali. Piaccia o meno ma hanno cambiato le regole.

Cosa sarebbe significato per qualsiasi città gestire tutti contemporaneamente gli arrivi di negozi contenuti in uno stesso centro commerciale. Chi avrebbe avuti gli spazi per ospitare i nuovi negozi e a che prezzi?

In un centro commerciale si concentra un’offerta tale che i prezzi devono trovare un equilibrio naturalmente favorevole al cliente.

Analogo il ragionamento sugli outlet quelli veri (le grandi strutture a forma di villaggio) e anche quelli taroccati.

E poi è arrivato l’e-commerce: siti come Zalando, Privalia, Saldi Privati, Buy vip, Vente Privee, Lovli ecc. mettono ogni giorno decina di migliaia di articoli in vendita a prezzi “tagliati”.

Cosa resta allora per i saldi. Poco. Pochissimo.

Secondo il magico Codacons in sei anni la voce saldi ha subito un taglio di 2,2 miliardi di euro (non è dato conoscere come è stata fatta questa stima).

Gli unici dati veri e seri sono in possesso dei gestori dei Pos (le macchinette per pagare con bancomat e carte di credito).

E infatti l’Osservatorio Acquisti CartaSi ha analizzato le spese con carta di credito che gli Italiani hanno effettuato durante i saldi invernali 2013/2014 rilevando che “le dinamiche di spesa mostrano una concentrazione nelle prime giornate promozionali (i giorni 4, 5, 6 gennaio pesano il 24,4% dello speso complessivo), evidenziano come le fasce orarie di punta siano state tra le 11 e le 12 e fra le 17 e le 18 (assieme contano il 26% della spesa giornaliera)”.

OsservatorioCartaSi_Saldi2014_DinamicaSpesaRegioni

Ciò significa che di due mesi di saldi, un quarto di tutti gli acquisti avvengono in tre giorni!

Di certo resta il rito tra Regioni e associazioni di categoria sul giorno dello start. Con le solite ammuffite polemiche di crede che un giorno in più o in meno possa cambiare il destino del commercio.

Con l’effetto collaterale che già nei 15 giorni precedenti tra sms, mail e semplice avviso delle commesse (“alla cassa c’è già lo sconto!”) i saldi cominciano in modo sotterraneo per evitare che il cliente ricordi di aver pagato al prezzo pieno un oggetto che avrebbe, due giorni dopo, pagato a un prezzo un po’ ridotto.

Quindi, volendo anche interpretare i saldi come una tecnica per gestire il reddito pure questo non trova fondamento.

E allora, servono ancora i saldi? E a chi?

 

 

 

 

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